Requiem

 In Editoriale

 

In quanti modi si può descrivere oggi Genova? Si può definire “città ferita”, come fa l’arcivescovo e cardinale di Genova Angelo Bagnasco. Ma non si può abusare. Non si può parlare, per esempio, di città in ginocchio. Perché secondo il sindaco Marco Bucci – unico in giacca e cravatta durante la conferenza stampa, a far da contraltare all’assessore Giacomo Raul Giampedrone in maglietta da operativo della protezione civile  – nonostante quel ponte collassato, venuto giù’ come fosse pasta frolla, Genova non è in ginocchio. Sara’ accaduto, forse, per le alluvioni, quelle dal Settanta in avanti, con gli angeli del fango, con tanti morti, e l’accusa ad un equilibrio ambientale messo a dura prova dai quartieri collinari, dalle edificazioni di quartieri dormitorio della 167, per gli alvei dei fiumi deviati, ristretti, innescati come bombe dormienti.

E ribadisce il Sindaco: “ferita, ma non in ginocchio”. Bucci ci tiene a ricordare con forza che la sua Genova guarda avanti ed è in via di resurrezione – o di rinascita, come preferisce dire lui – grazie alle poderose cure vitaminiche del suo centrodestra che pende verso la Lega, ma che deve, obbligatoriamente, fare i conti, ormai, anche con le derive ambientaliste dei CinqueStelle. Un centrodestra che nonostante i rinnovati problemi di assestamento, un anno fa, con una svolta storica, è subentrato ad un lunghissimo periodo di strapotere del centrosinistra, che ha strizzato l’occhio, cullato e flirtato con i comitati.

Poco importa se, una volta messi a tacere i complessi di colpa per il bilancio definitivo delle vittime, archiviato il numero dei feriti, più o meno gravi, illudendosi che qualcuno dei dispersi dia notizia di essersi salvato, il Sindaco e i suoi esperti di viabilità verranno chiamati all’improbo impegno di ridisegnare i nodi intasati che bloccano la circolazione dal ponente al centro e viceversa. La Genova post requiem, ferita ma non in ginocchio, al momento è una città già complessa per quanto riguarda le comunicazioni, e ora tagliata completamente in due. Con due fazioni che già si scontrano sui servizi del centro e del levante e le realtà marginali ed emarginate dei quartieri periferici e della Valpolcevera. Sulle emergenze territoriali di zone per storia votate ad essere asservite alle industrie, all’inquinamento, alla pericolosità degli impianti a rischio a contatto con le abitazioni. Sulle imprese da delocalizzare, che da sempre trovano forza sbandierando il problema occupazionale. In una situazione sempre al limite fra il compromesso ambientale e quello della produzione che dovrebbe offrire sbocchi e incentivi lavorativi. Sempre in bilico fra l’importanza del centro e del centro storico/polo turistico e pronti a rilanciare la policentricita’ di una citta’ assemblata con tanti ex comuni. Un dubbio amletico, sollevato e risollevato nel corso delle varie amministrazioni che sin qui si sono succedute.

Il presidente della Repubblica Mattarella parla di immane disastro e di responsabilità da accertare, con puntiglio. E promette un esame severo. Nel frattempo la magistratura ha già aperto un fascicolo per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, per ora a carico di ignoti. Mentre il sindaco Bucci, che qualche cosa di positivo in una conferenza stampa che sembra tanto un elogio a un malato terminale, deve pur metterlo in tavola, loda il buon lavoro e il funzionamento della macchina dei soccorsi e parla entusiasticamente del gesto di solidarietà di molti imprenditori cittadini pronti ad aprire le tasche e mettere mano al portafogli. Lo ha sempre proclamato di essere il sindaco di tutti. Percio’, e a maggior ragione, lo è anche degli imprenditori. Magari anche degli armatori che promettono di rientrare a Genova e poi lo mettono in pole position sullo scivolo che non scivola. Genova colpita, al massimo ferita. Ma, per carita’, non in ginocchio. In fondo gli imprenditori hanno dimostrato solidarieta’. Anche se lo sgomento è tanto. Lo si legge negli occhi di chi è scampato per un nonnulla a morte sicura. Lo si sente nella voce tremante di chi ha cercato di salvare l’auto facendo marcia indietro, poi ha pensato: “Fanculo l’auto, mi metto a correre e forse porto a casa almeno la ghirba”, o in quelli che hanno fatto la fila fra i pronto soccorso e le camere mortuarie alla ricerca di due dipendenti albanesi che non hanno più dato loro notizie. Lo si capisce dal lavoro strenuo dei pompieri, dei volontari, delle forze dell’ordine, tutti sconvolti di fatica e dal dolore mentre scavano e mettono in fila barelle coperte da un lenzuolo bianco. Lo si intuisce nei post di chi ha guardato e riguardato le immagini di quel maledetto ponte, dissoltosi in un attimo – che porta il nome del suo progettista, lo stesso di un cantante anziano, ma caro a tutti per aver partecipato a tante partite del cuore – e ha realizzato istantaneamente per quante volte è transitato su quel viadotto percorrendolo per lavoro o per iniziare le ferie e andare in vacanza. C’è persino chi, postando i versi di Litania di Giorgio Caproni “Genova mia città intera”, aspira ad esorcizzare tanta devastazione. Anche se la parola più abusata è, in questo nerissimo ponte di Ferragosto, strage o tragedia. Il sindaco, pero’, e’ un manager, un manager freddo, abituato a tenere a bada i sentimenti, a costo di poter risultare  addirittura estraniato, un tecnico poco empatico, che lavora per obiettivi. Via uno e dentro l’altro. I red carpet, gli ombrellini, lo scivolo: tutto quanto fa comunicazione – buona comunicazione – è gradito. E deve essere portato a conoscenza dei suoi concittadini. Percio’, magari latita la visione di città’. E i progetti di mantenere in house le partecipate continuano a essere in primo piano, tenuti in caldo, ma nei cassetti. L’obbiettivo è quello di non cedere al mugugno, lui, del resto, lo ha detto in più circostanze: non intende occuparsi del mondo social dei suoi consiglieri di maggioranza e dei suoi colleghi di giunta. Vuole guardare avanti. Percio’ il massimo che può concedere ai suoi concittadini è di sentirsi feriti… ma non in ginocchio. 

E lascia da parte le polemiche. Fa persino finta di non accorgersi che il suo primario mentore, il viceministro alle infrastrutture, il leghista Edoardo Rixi, nel corso della conferenza stampa ha lanciato un avvertimento ai compagni della coalizione di governo che recentemente e ancora fino a pochi giorni fa,hanno messo in dubbio la priorità per i finanziamenti per le infrastrutture viarie. 

Il giorno dopo al tragico “ponte di Ferragosto” discioltosi nel nulla, sarà quello del lutto cittadino e dei bilanci. Delle bandiere a mezz’asta e listate di nero, del ritrovamento degli ultimi cadaveri, delle cifre crescenti e finalmente ufficiali delle vittime, ma anche quello in cui ci si renderà conto dell’immane disastro causato dal crollo. Della città tagliata in due, di tutto quello che la Genova sarà costretta a sopportare dal punto di vista viario. Con l’assalto ai traghetti del post ferragosto e il contemporaneo rientro di migliaia e migliaia di turisti. Comunque, come se non bastasse, ci sarà pure da fare i conti con la difficoltà per i mezzi su gomma di raggiungere il porto per trasportare, oppure per portare via le merci. E con tanto inquinamento. Siamo forse feriti oggi, eppero’ la minaccia di finire carponi e’ davvero presente. Quel viadotto edificato in quattro anni appena, e inaugurato nel 1967, solo qualche anno dopo aver tagliato il nastro della Sopraelevata, era ormai un simbolo della nostra città. Come l’amore Lanterna. Un simbolo anche della Genova importante città del nord, su cui poggiava il ritrovato boom industriale nazionale. Erano gli anni del porto che tirava alla grande, ma anche quelli delle aziende parastatali assistite, gli anni delle rivendicazioni operaie a cui faranno seguito i governi cittadini di centrosinistra. Era un’altra Genova, florida, produttiva e ottimista. Con tanti ministri. Una citta’ che non aveva bisogno di guardare, rincorrere e ricorrere alla cultura e al turismo e rifiutava l’esperienza della “città dei camerieri”, continuando ad inseguire il mito della classe operaia che prima o poi avrebbe saputo conquistarsi l’ambito paradiso.

Non a caso Giulietto Chiesa giornalista, inviato, politico, che nella sua vita ne ha viste moltissime scrive “Io ci sono passato centinaia di volte, quando abitavo a Sampierdarena. Come tutti i genovesi. e ogni volta non ero tranquillo. Premonizione ? Ma non ero l’unico a provare angoscia. Adesso mentre guardo le immagini televisive, penso che Genova era, a quei tempi, una città importante, per l’economia del paese, per le sue industrie, per il suo porto, per la sua universita’, per la cultura. Adesso va giu’, come un castello di carte, il suo ponte più importante. Sembra un avvertimento, a chi non ha ancora capito”. E il destino a volte ti viene a cercare. Beffardo, cinico, terribile. Ingiusto, crudele e cieco. Come solo il destino se essere. Ci sarà tempo per elaborare il lutto, i lutti di tante persone colpite negli affetti più cari di coloro che “sull’autostrada cercavano la vita… e ci hanno trovato la morte”. Di elaborare il lutto e di tornare ai confronti e agli scontri dialettici della politica,  ai veti e ai no dei comitati eccentrici, all’opportunismo di chi ha venduto il senso della collettivita’ per qualche egoistico calcolo elettorale. Ci sarà tempo per distribuire colpe e responsabilita’, andando a rivangare su tante occasioni perse, su finanziamenti negati o accolti e poi rispediti al mittente, su progetti abortiti o rimessi in un cassetto perché i tempi non sembravano ancora maturi e perche’ in fondo la città non avrebbe avuto bisogno di ulteriori devastazioni e di altro cemento più o meno funzionale. Genova purtroppo è questa, la città laboratorio troppo spesso lasciata in balia dei veti incrociati di imprenditori e dei miserandi conti dei partiti. Di lobby e di faide, più o meno imprenditoriali. Oggi è giornata di lutto e di autocritica, per ripensare a quello che avrebbe potuto essere e non e’ stato. Accade sempre cosi’. E’ successo, alluvione dopo alluvione, per una torre piloti bella e avveniristica ma troppo a contatto con il mare. Con il senno di poi e la buona coscienza che fanno capolino nel momento della conta delle vittime e poi nuovamente frenati, sepolti in mezzo alle pastoie della burocrazia e dai calcoli di mera convenienza politica.

Mi avrebbe fatto piacere ascoltare qualche mea culpa tardivo, invece del richiamo, forte, tanto da sembrare ormai banalita’, trita e ritrita, alla forza dei genovesi, all’indole che li ha visti tante, troppe volte, rimboccarsi le maniche per tirare supinamente avanti di fronte alle avversità del destino. Oramai coscienti, una volta di piu’, che, comunque, prima o poi ti si presenta sempre il conto. E che non c’e’ tempo da perdere. Una consapevolezza che, d’ora in poi, occorrerà sempre tenere presente. Perche’ il tempo perso, oltre a negarti occasioni di crescita, quasi sempre fa vittime innocenti e porta lutti.

Paolo De Totero

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