All’ovest niente di uovo, ovvero la frittata dell’uovo di Colombo

 In Costume & Società

 

Chiedo umilmente perdono all’anima di Lewis Milestone, regista vincitore del premio Oscar per il film sul cui titolo ho goliardicamente giocato, e a quella di Erich Maria Remarque, l’autore di “Niente di nuovo suo fronte occidentale” romanzo da cui il film è stato tratto. Un classico dell’antimilitarismo che denunciava le atrocità della guerra già nel 1930. Film a quel tempo divisivo, come lo definirebbe il nostro beneamato sindaco Marco Bucci. Tanto per dire: In Italia la censura fascista bloccò sia il film che il libro di Remarque da cui è tratto. In seguito il libro venne editato dalla Mondadori, ma il film, doppiato in italiano dalla Universal nel 1950, venne più volte respinto dalle commissioni di revisione. Venne approvato alla circolazione cinematografica solo nel settembre 1955 e distribuito nel marzo 1956. La sua uscita nelle sale cinematografiche tedesche suscitò la reazione degli esponenti del partito nazista, che cercarono di bloccarne la visione, arrivando a lanciare topi in platea durante l’anteprima a Berlino. Probabilmente, visto che si parla della prima guerra mondiale e che mostra e dimostra quanto finisca per diventare controproducente l’eroismo della retorica ufficiale, tanto più se applicati agli ideali bellici e di patria qualcuno potrà pensare e obiettare che il paragone sia senza senso. Al contrario, visto il periodo, scurissimo, le uova che volano, le guerre di ideologia che incalzano e l’eroismo della retorica ufficiale, che inonda i social, a mio parere mai titolo di film, con tanto di debito aggiustamento, fu più indicato. E si perche’, alle bombe che volano abbiamo sostituito, ipoteticamente meno pericolose uova di gallina, agli ideali in genere, ma anche a quelli bellici e di patria, il sovranismo e una sorta di assuefazione ad una noia mortale, alla guerra un comportamento intollerante verso gli altri, belligerante e di contrapposizione ideologica. Un muro contro muro che non ammette indulgenze, crepe, dialettica, confronto. Soltanto scontro.

Sino al cortocircuito e al paradosso. Il caso dell’uovo nell’occhio dell’atleta azzurra di colore, discobolista, Daisy Osakue, insieme alle infinite sfumature della vicenda, rappresenterebbe una bella storia da tramandare ai posteri, per consentire loro, una volta scomparsi noi, di rendersi conto dell’era contraddittoria in cui ci siamo trascinati e stiamo vivendo. Basterebbero le parole dei genitori di Federico, ma soprattutto della mamma, la moglie del consigliere del Pd a Vinovo Roberto De Pascoli, per lasciarci un po’ titubanti di fronte alla realtà che si fa beffe di noi. Federico e’ il liceale che si è scoperto essere il responsabile, insieme ad altri due coetanei, del lancio d’uovo che ha colpito Daisy Osakue. Il padre lo ha definito senza mezzi termini “un cretino”, probabilmente pensando che potrebbe votare già alle prossime europee,  e ha aggiunto “È indifendibile. Ha fatto il deficiente, invece di copiare le cose buone. Il razzismo non c’entra, per fortuna. Mio figlio è un cretino ma non razzista, questa è la storia banale di tre cretini, tra cui lui. Hanno sentito in giro di questo gioco con le uova e lo hanno fatto anche loro. Solo che ora si sono resi conto di aver fatto una sciocchezza senza senso. Appena potrà, Federico andrà a chiedere scusa a Daisy. Ma penso che dovrà fare attenzione, ho visto che è una ragazza molto muscolosa. Magari è capace di tirargli una sberla e rivoltarlo”. E la mamma ha confidato “Se penso alle cose che ho scritto su Facebook e che senza saperlo stavo commentando i gesti di mio figlio mi viene male”. E si, perché il razzismo non c’entra. O almeno non c’entrerebbe come discriminazione razziale. 

Anche se, confidiamocelo, trasuda un malcelato razzismo, nel senso di intolleranza verso gli altri, il fatto che un ragazzo di diciassette anni – quelli del film che muoiono in guerra sono liceali all’incirca della stesa eta’ – per vincere la noia mortale in attesa di partire, non per il fronte ma per le vacanze, decida di partire lancia in resta nella notte scura per un raid per bombardare con uovo qualche malcapitato di turno. Bianco, rosso, giallo, nero, ebreo indù. Chissenefrega, tanto le razze non esistono. Ma esiste la violenza del pensiero, dell’aggressione verso uno sconosciuto, che a quell’età e in un era/momento tanto complicato, dovrebbe costringere a riflettere anche un ragazzo di 17 anni. Il papà lo bolla come un “cretino”, e so per esperienza quanto possa essere duro per un genitore parlare in questi termini del suo figliolo, spera che l’episodio di pura stupidità gli serva da lezione per il futuro e promette che il suo diciassettenne farà pubblica ammenda andando a chiedere scusa. Magari poi gli sequestrerà l’iPhone e persino l’iPade in un efflato di estrema autorevolezza o autoritarismo. Tanto per disconnetterlo dal mondo effimero e stupido che lo circonda o di cui si è circondato. 

Lei, la vittima di colore, quasi fosse la predestinata per la carnagione, ha avuto un supplettivo momento di notorietà, come le quattro componenti della staffetta quattro per cento femminile, vincitrici della medaglia d’oro ai giochi del Mediterraneo, anche loro italiane. Anche loro, tutte, di colore. Ma siccome tutto è bene quel che finisce bene Daisy Osakue, di origini nigeriane ma naturalizzata italiana, che temeva di poter perdere la vista è di dover saltare gli europei per i quali si stava preparando, sta bene e potrà partecipare alla competizione. The end. Fine della favoletta. Con annessa morale. Se uno e’ cretino da cretino si comporta, al di là del proprio eventuale credo politico. Le razze non esistono i cretini, purtroppo continuano a farlo. Perché purtroppo l’ambiente e quello che è. E l’analfabetismo funzionale galoppa.

Del resto a questi “sdraiati”,  così li ha chiamati Michele Serra, indicando la generazione con facilità di digitazione ma il più delle volte difficoltà di connessione cervello-azione vanno almeno concesse le attenuanti generiche. L’ambiente in cui stanno crescendo, naturalmente iperconnessi, è quanto di peggio possa capitare. E se non si hanno gli strumenti risulta alla fine difficile prenderne le distanze quando si ha la tentazione di vivere la propria vita come in un videogioco, sempre iperconnessi,  ma avendo smarrito il senso della realtà.

Prendiamo per esempio tutto quello che nel giro di tre/ quattro giorni e’ accaduto a margine della vicenda. Perché è chiaro che essendo diventati i social terreno di propaganda politica ogni vicenda con una qualche possibile risonanza è oggetto di cavalcate politiche dall’una e dall’altra parte. Perciò, sin da subito il lancio d’uovo ad una ragazza di colore non può non essere un episodio di razzismo in mezzo alle tante aggressioni e sparatorie in cui qualche immigrato poi finisce per davvero per lasciarci la pelle. Si scatena il parterre dei rosiconi, di quelli  che controllano lo scorrere delle ore sul quadrante del Rolex e si scagliano contro il leghista Matteo Salvini e la sua campagna d’odio anti immigrati che sta avvelenando il nostro paese. A maggior ragione visto che Daisy, vittima incolpevole non solo e’ ormai italiana ma difende persino i colori azzurri nella squadra nazionale di atletica. E a difesa del l’idea del Carroccio circola addirittura una bufala con logo Cinque Stelle, anche se il movimento poi si dissocia, in cui Daisy compare con la benda su un occhio e poi sull’altro. Comunque lo scivolone, per chi gridava all’ennesimo episodio razzista e’ dietro l’angolo. Perché un misero uovo quando il tiro al bersaglio di tutti i giorni parla perlomeno di calci e pugni se non spari di armi da fuoco? E in effetti da li’, con le telecamere e attraverso l’auto di papà, si risale al manipolo di goliardi un po’ “coglioni” pronti alla “zingarata” alla amici miei, perché in  procinto di andarsene in vacanza. E come se non bastasse uno del terzetto è persino figlio di un esponente del Pd. Come se poi colpe o virtù dei padri dovessero per forza ricadere sui figli. 

La rete si scuote e le camicie verdi partono al contrattacco. I rossi tanto per non soccombere senza combattere e senza nemmeno sparare un colpo tirano fuori la storia di un giovane  – al quel tempo aveva  26 anni – Matteo Salvini, allora solo consigliere comunale leghista, denunciato e condannato, nel 1999, a 30 giorni per oltraggio  a pubblico ufficiale. Nello specifico lancio di uova a Massimo D’Alema e qualche divisa sporcata.  Nascono, per celia, nuovi gruppi fascioleghisti da Ordine Uovo a Forza Uova

Il gruppo dei notabili regionali leghisti davanti alla sede di via Fieschi celebra, con tanto di uovo in mano, proprio il lancio del 1999 del “Capitano” contro il lider Massimo D’Alema, che in quegli anni era premier. E non a caso parlavo di attenuanti generiche da concedere a quei tre ragazzi che il marchio dei fessi ormai ce l’avranno stampato per lungo tempo in fronte. Perché questa è la rete. Dove, non a caso, spunta l’inidscrezione dei troll russi scatenati contro il presidente Sergio  Mattarella che aveva rispedito al mittente Il professor Giuseppe Conte con la sua proposta di assegnare il ministero dell’economia al professor Paolo Savona. Salvini naturalmente minimizza, ma il Copasir indaga. Salvini dalla memoria corta che sempre in tema di uova meno di vent’anni dopo averle lanciate stigmatizza “Non auguro a nessuno di dover schivare petardi, sassi, uova lanciati da quattro disadattati da rieducare. Qualcuno lo denunciamo, che dite?”.

Per questo parlo di attenuanti generiche, ma non servirà il famigerato calcio nel culo se i nostri figli, ma nemmeno solo loro, continueranno a cibarsi di queste scorie senza aver prodotto gli anticorpi che permettano di non rimanerne contaminati nelle coscienze. Per questo insistevo nel dire che anche nel lancio, forse liberatorio, ma violento di uova contro una persona alberga anche una sottile vena di razzismo. Quella che è insita nella mancanza di rispetto verso il prossimo, uomo o donna che sia .E comunque nel frattempo, a scanso di ogni equivoco, il ministro Fontana chiede di abrogare la legge Mancino. Sono i gas tossici che respiriamo a renderci tanto cretini.

Mi viene in mente la famosa espressione dell’uovo di Colombo che si usa quando si descrive un modo incredibilmente banale di risolvere un problema che sembrava senza soluzione.

Si narra infatti che Cristoforo Colombo venne invitato a una cena al suo ritorno dall’America e che durante tale banchetto alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire le sue imprese, dicendo che chiunque ci sarebbe riuscito. Ebbene Colombo li sfidò a mettere un uovo diritto sul tavolo, senza che cadesse. Non riuscendoci, i gentiluomini sfidarono Colombo, chiedendo anche a lui di farlo: il navigatore battè leggermente l’uovo sul piano e lì lo lasciò, dritto e fermo. Gli spagnoli si lamentarono affermando che anche loro potevano fare una cosa così e Colombo rispose che loro l’avrebbero potuto fare, ma lui l’aveva fatto.

Solo che siamo arrivati al punto che questa arguzie non esiste più e se fossimo chiamati al posto dell’Ammiraglio probabilmente reagiremmo spiaccicando l’uovo sul tavolo. Pronto per una bella frittata.

Il clima generale e’ più o meno questo, mentre l’indignazione ti mangia il cervello. Così condivido ripropongo e faccio mio il post di Beniamino Bonardi per “ la Marianna”: “E così Kaos, il cane eroe di Amatrice, e’ morto per cause naturali, non per avvelenamento. Le ingessature di cartone a Reggio Calabria erano all’entrata e non all’uscita del Pronto soccorso. La Guardia costiera italiana non c’entra nulla con la riconsegna alla Libia dei migranti salvati dalla nave Asso Ventotto. E Fausto Brizzi non aveva fatto nulla.

Pero’ ci siamo indignati tanto ed è stato un sacco bello.

E ora via si fa un salto a far due foto con le #manirosse”. 

Ma vorrei affidare la conclusione vera e propria ad una bella frase di Mauro Parrini “Ormai è talmente tutto fuori posto che nulla appare più fuori luogo”.  

Paolo De Totero

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