La disfida di polpetta

 In Costume & Società

 

L’appuntamento – sara’ un caso ? – e’ stato fissato proprio per oggi,  il giorno più caldo e con la percentuale di umidità più alta dell’anno. Perché con quelle temperature poi, magari, ci si potrà persino giustificare se invece di fare pace – per  carità, abbracciarsi no. Vuoi mettere con quel caldo umido e col sudore che tutto ti asperge? – succederà che si litighi veramente.

Attori protagonisti dell’incontro che mi è piaciuto gratificare con un titolo a metà fra il duello e l’elemento culinario tipico della cucina genovese fatta anche di riciclo di avanzi – dalle polpette ai polpettoni – in nome di quella ispirata tendenza al risparmio, per un confronto/ scontro – come se si trattasse di una disfida nata dalla commistione di tanti elementi tenuti insieme dalla confusione – saranno il mio amico social Paolo Vanni e lo scrittore e opinionista per svariate testate locali e nazionali Marco Cubeddu. Un caso letterario nel 2015 con “Una bomba a mano al posto del cuore” – immagine che si è fatto tatuare proprio sul petto – bissato con il successo di “Pornokiller”. Giornalista e caporedattore di “Argomenti”. Più conosciuto dal grande pubblico per la su partecipazione a Pechino Express, insieme a Silvia, con cui ha formato la “Coppia degli estranei”. Uno di quei genovesi, Cubeddu, che fa la spola tra la sua città e Milano dopo aver ottenuto un qualche successo letterario. Pendolare, e come tale osservatore privilegiato di virtù e difetti dei suoi conterranei, ma anche del “bauscismo” lombardo. Ne’ piu ne’ meno di tanti trentenni/quarantenni in cerca della strada della realizzazione, personale e professionale. 

Perciò la disfida di polpetta. E non delle polpette, che suonerebbe perfino, e in qualche modo, di cattivo gusto per il Vanni. Già il Vanni, mio omonimo per giunta, oltre che mio coetaneo, al quale mi lega profonda e personale amicizia, non solo social. Il Vanni, incorso nell’ultimo anno, in una sorta di sfighe degne dell’intervento di un esorcista. Fate conto quando si dice che la sfiga ci vede benissimo e talvolta si accanisce. Ecco. Il Vanni prima popolare fra gli studenti che frequentavano il bar della biblioteca Berio. Temuto dagli avventori per il baffo da uomo esperto del mondo, che si irrigidiva quando osavano abbattergli con noncuranza le sue amate piante o peggio quando spegnevano le cicche nei vasi e nelle aiuole del cortiletto. O ancora peggio, come racconta proprio il Cubeddu, pratico e recalcitrante di fronte alla tendenza a non spendere di qualche raro studente (che si tratti di vissuto direttamente o di leggende metropolitane non sono in grado di dirlo). Come una qualunque maîtresse che ammonisce gli avventori di un qualunque casino di cui i nostri carruggi erano disseminati, a non fare flanella. Il Vanni, che in un articolo di Marco Cubeddu per Linkiesta dal titolo inequivocabile “Genova la città’ che odia i turisti” finisce per apparire come il fantasma incombente in tutto lo scritto, e finalmente si materializza e incappa nello scivolone della tetta nuda attaccata al poppante. Poi trascinato sui social ed esposto al ludibrio delle neo-mamme consapevoli che rivendicano il diritto/dovere ad allattare sempre e dovunque il bimbo in crescita lo richieda. Una sorta di setta intoccabile,quella delle madri consapevoli, al pari di vegani, con varie sfumature dal vegetarianesimo al crudismo, o di animalisti, che riescono a mettere insieme cani e gatti. E lascio da parte le fazioni politiche ormai, da destra a sinistra, in preda a pulsioni fideistiche. Il buon senso ovviamente, specie in rete, e’ diventato un optional. Raro, di questi tempi, quanto un ovolo nostrano edibile.

Vanni, che di nome come me fa Paolo, per Cubeddu diventa la quintessenza tangibile e capace di catalizzare e rappresentare in un tutt’uno, tutto il male che si tramanda dei genovesi alle prese con turisti e avventori autoctoni. Quando la torta di riso e’ finita e, ricorda Cubeddu con felice perifrasi, l’alternativa è pigliarlo fra le terga. In quel posto dove non batte il sole. Solo che, in omaggio alla tradizione folcloristica del cabarettismo made in Superba, il posto indicato ha un suono più greve: cu-lo.

Ma il crescendo parte dalla descrizione di tutta quella pletora di locali nati, ovviamente per lavorare e per dare lavoro a qualche trentenne/quarantenne che, occupato dietro al bancone di un esercizio pubblico, ha deciso di non lasciare la sua città rifiutando l’espediente, o l’avventura, del pendolarismo occupazionale. Magari meno fortunati e meno personaggi. 

Scrive il Cubeddu, all’apice della sua arringa accusatoria “Per fortuna, possiamo contare su involontari paladini, come il signor Vanni, gestore di una di quelle nuove trappole attira turisti che sono sorte come funghi (hamburgherie, risotterie, polpetterie, chupiterie…) a imbellettare e snaturare la parte bonificata del centro storico “più grande d’Europa” (antica leggenda narra che se un genovese pronuncia le parole “centro storico” senza aggiungere “più grande d’Europa”, muore). Il signor Vanni, già patron del bar della principale biblioteca cittadina (memorabili i modi garbati con cui invitava ad allontanarsi dai tavoli del cortile gli studenti non consumanti), di fronte a una mamma* intenta ad allattare il figlio seduta sui gradini a pochi centimetri dal suo locale (quindi, evidentemente e colpevolmente, non consumante), non ce l’ha fatta a tenersi il fastidio e ha finito col dar libero sfogo alla reprimenda che sicuramente albergava da tempo al fondo della sua coscienza: «è una questione di decenza!»”.

Posseduto, probabilmente il Cubeddu, da una trance agonistica digitatoria, senza aver dimostrato nemmeno la cura di navigare un po’ sul profilo di Paolo Vanni, odiato, è più che plausibile, da una parte residuale dei suoi studenti, che mettevano in dubbio, con pensieri parole ed opere, il suo pollice verde, ma amatissimo dagli altri, tanto da ricevere un graffito tributo, magari ironico-celebrativo, sulle piastrelle del cesso del Berio Caffe’. Un inqualificabile “Vanni ti amo”, vergato a pennarello indelebile.

Un Vanni poliedrico, ex radicale, ex dipendente dell’ufficio commerciale della Piaggio, poi alla Benetton con trasferimento in Veneto. E di nuovo genovese per prendersi cura della mamma ultraottuagenaria. Con avventura nel mondo della comunicazione e della pubblicità. E il tentativo di lasciare gratuitamente l’azienda ai dipendenti che hanno pero’ preferito fare altro. Probabilmente poco inclini al ruolo difficile e pericoloso di liberi imprenditori, in un mondo, quello pubblicitario, comunque in trasformazione e cambiato. Per finire con l’esperienza del Berio Caffe’, messo alla porta, giusto un anno fa, dopo un concorso pasticciato, o forse no, comunque ancora sotto le pendenze giudiziarie. 

E concludere con o “Sciò polpetta” locale di fronte a piazza Matteotti e palazzo ducale. Toponomasticamente il palcoscenico del casus belli. A me che sono, per natura e professione pericolosamente curioso, dopo un incontro fortuito su facebook, e’ capitato di andare a conoscerlo direttamente per farmi raccontare la sua storia. Per capire, a pelle, se dietro al profilo che ispirava simpatia e spontaneita’, si celasse – che so? – qualche urticante mania di protagonismo, o peggio qualche manierismo abbindolatore. Oggi tocca a Marco Cubeddu, cercare di comprendere se, facendo di tanti luoghi comuni e banalita’ pericolosamente un fascio, possa aver in qualche modo sbagliato nel tranciare giudizi. Di piu’, perche’ dimostra, a mio modesto avviso, di non conoscere più la sua città natale. Che, paradossalmente, dipinge come refrattaria ai turisti, specie se non consumanti e contemporaneamente inclusiva, per storia, nei confronti degli immigrati, i mori di una volta, da sfruttare come forza lavoro a basso costo. Costruendo un pericoloso insieme fra classe imprenditoriale, i banchieri di una volta, armatori, i navigatori di un di’, e popolino e popolo operaio. Il clima, da due anni a questa parte, in virtu’ di amministrazioni di centrodestra e’ cambiato. Per non parlare delle pericolose derive leghiste presenti nel nuovo governo che comunque trasudano anche a Genova. E, comunque per tornare al suo diretto rivale, Cubeddu, da scrittore alla ricerca del verosimile, più che della verità, ha avuto il difetto, grave, di non accorgersi di quante vite possano nascondersi in un essere umano che ha superato la sessantina. Lui che dovrebbe raccontare storie.  Magari aiuterebbe perfino ammettere di essere stato un po’ succube di quella pericolosa generalizzazione, tanto in voga di questi tempi, che porta a pensare che i figli dei fiori e del Sessantotto, in qualche modo abbiano potuto mangiare il futuro anche di quelli che potrebbero essere i loro successori. So che Cubeddu prima di realizzarsi ha lavorato nel corpo dei vigili del fuoco come pompiere precario, mantenendosi agli studi a Torino alla Holeden. Almeno così ce lo hanno voluto raccontare in una puntata di “Lucignolo” con bellissime immagini del centro storico più grande d’Europa, che ha esaltato Francesco Baccini, i cantautori genovesi,  (le cose per cui siamo noti in tutta Italia), la decadenza dei vicoli e la popolazione border line dei carruggi. Confido, per questo che sappia spegnere il sacro fuoco della rabbia, che alberga in questo momento nel cuore di tanti giovani, pendolari e non, e sfocia irrimediabilmente in una sorta di guerra e di pregiudizio generazionale. Abbassiamo i toni e sediamo i principi d’incendio. Anche se oggi sara’ il giorno più caldo dell’anno.

Giona

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