Quando il razzismo imbraccia il fucile: l’inferno di San Ferdinando

 In Diritti, Inchieste

Reggio Calabria – Sono tornata nella tendopoli di San Ferdinando dopo due anni.
Ci arrivo dalla provinciale che da Rosarno porta alla zona industriale, proprio dove si trova il ghetto dei braccianti, sapendo già quello che mi aspetta: una bidonville disordinata dove la miseria è fabbricata in serie.

È tardo pomeriggio e questa umanità precaria rientra “a casa” con delle biciclette scassate. Alcuni trasportando taniche d’acqua.
Al campo l’acqua corrente arriva solo nei container che ospitano i bagni.

Drame lo incontro all’ingresso, davanti ai bidoni dell’immondizia, dove gironzolano le mosche e i cani randagi.
È un ragazzo alto, sui trent’anni ma sembra più giovane. Per l’occasione indossa una camicia a quadri.
Lui arriva da Reggio Calabria, dove gli attivisti di USB lo tengono al sicuro.
Drame è il testimone oculare dell’omicidio di Soumaila Sacko. 

Ferito di striscio a una gamba, ha visto il suo amico cadere mentre veniva colpito alla testa.
Non credeva fosse morto, lo ha saputo solo il giorno dopo: “Quando loro hanno detto che Soumaila era morto, no, io non credo. Quando noi abbiamo preso Soumaila e l’abbiamo messo sull’ambulanza lui non era morto”.
Le sue parole travolgono il mio universo mentale mentre lui continua a parlare: “Io non ho dimenticato niente e ti posso raccontare tutto ma quando parlo di Soumaila oggi, io, per due, tre notti, non posso dormire”.

È il 2 giugno di quest’anno. È sabato.
Soumaila, Drame e Madoufoune decidono di andare a recuperare delle lamiere in una fabbrica abbandonata per terminare la costruzione di una baracca all’interno della tendopoli.

Non è Soumaila ad averne bisogno.
Lui è un migrante regolare e vive nel campo che la Protezione Civile ha allestito da circa un anno vicino alla bidonville.
È lì solo per aiutare. Le lamiere servono per chi sta nella vecchia tendopoli, per non morire bruciati vivi come è successo a gennaio, quando un incendio ha sorpreso Becky Moses, alle due di notte, nella sua tenda fatta di teloni di plastica di recupero, una trappola incandescente che non le ha lasciato scampo.

Dicevamo, è il 2 giugno. È sera.
A un tratto arriva alla fabbrica una Fiat Panda vecchio modello.
Scende “un uomo bianco con un fucile che ci ha sparato addosso ricorda Drame – quattro colpi dall’alto verso il basso”.

Sembra la scena di un film.
Soumaila cade, centrato alla testa.
Morirà all’ospedale di Reggio Calabria.

L’uomo col fucile si dilegua.
Gli inquirenti risaliranno poi ad Antonio Portoriero, nipote di un socio di minoranza della fabbrica abbandonata, accusato di omicidio, porto e detenzione illegale d’arma.

Ignorare i problemi è delittuoso ma ancora di più lo è annacquare i fatti, trovare pretesti.
Subito c’è stato chi ha sostenuto che i braccianti fossero ladri.
Vigliaccamente sostenuto.
Nella vecchia fabbrica abbandonata e bruciata più volte, non c’era niente da rubare. 
Io ci sono stata.
Eppure è più comodo parlare di furto piuttosto che riconoscere come il sistema dell’accoglienza faccia acqua da tutte le parti e come, almeno nel caso dei braccianti di San Ferdinando, la schiavitù sia un business che conviene un po’ a tutti.

Per la cronaca, l’ex Fornace “La Tranquilla” di San Calogero, il luogo dove Soumaila è stato ucciso, è un sito sotto sequestro, indicato dalla Procura di Vibo Valentia come una delle discariche di rifiuti tossici più pericolose d’Europa (QUI il nostro servizio).

Simona Tarzia

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