Barnaba: tagliare è semplice ma non serve

 In Costume & Società

Ancora una volta il taglio degli integrativi non è la strada migliore per mettere in salvo i conti delle aziende di Tpl. Come si era rivelata sbagliata per Atp quattro anni fa, così oggi si conferma per Riviera Trasporti.

Dietro questo ennesimo successo ci sono le stesse avvocate che per prime hanno affrontato questo genere di battaglia legale, proprio con l’azienda di trasporto pubblico provinciale. E’ infatti di una settimana fa infatti la notizia che il giudice monocratico del Tribunale del Lavoro di Imperia, Francesca Siccardi, ha condannato Riviera Trasporti a versare ai 54 ricorrenti tutti gli emolumenti oggetto della disdetta, dall’agosto 2014 all’attualità, oltre agli interessi legali ed alla rivalutazione monetaria, somma che si aggira intorno ad 1 milione e mezzo di euro.

I ricorrenti infatti, difesi dagli avvocati Maria Grazia Gammarota e Manuela Dellepiane,avevano fatto causa a RT dopo che, il 4 agosto 2014, il cda, con disdetta unilaterale, aveva cancellato tout court tutti gli accordi aziendali di secondo livello, facendo piazza pulita di tutta la contrattazione trentennale e tagliando di circa 350 euro mensili lo stipendio dei dipendenti.

«La disdetta è stata impugnata in quanto illegittima – ha spiegato l’avvocato Mariagrazia Gammarota, che ha assistito, insieme con la collega Manuela Dellepiane, i 54 dipendenti che non hanno accettato la tranciante e prepotente posizione aziendale e hanno optato per la via legale – avendovìolato una serie di princìpidi diritto, a partire da quello alla retribuzione». L’azienda inoltre è stata condannata anche al pagamento delle spese legali e contributive: «Siamo soddisfatti – ha concluso l’avvocato – perché quasi tutte le organizzazioni sindacali non credevano alla tesi che abbiamo sostenuto, anzi hanno disincentivato i lavoratori dal proseguire questa causa. I lavoratori, oltre a essere stati “taglieggiati” negli stipendi ingiustamente, perché portavano avanti il lavoro in maniera onesta e rispettosa delle regole, si sono visti dare anche dei “ribelli” e dei “pazzi”che avrebbero fatto fallire l’azienda».

Questa condanna fa il paio con quella del luglio scorso in cui la stessa azienda era stata condannata al pagamento di circa 2 milioni di euro ad altri 54 lavoratori che avevano intentato causa contro l’azienda, impugnando sempre la disdetta dei contratti integrativi.

La maggior parte di questi dipendenti purtroppo, di fronte all’appello proposto dall’azienda, hanno optato per una transazione e rinunciato a costituirsi in appello: altri 12 invece stanno ancora tenendo duro e , seguiti da un avvocato di Sanremo, si sono costituiti in appello per sentirsi confermare la sentenza di primo grado; e visto il tenore della seconda sentenza di Imperia, pare proprio che abbiano fatto bene: sarà difficile per Riviera Trasporti ottenere in appello lo stravolgimento della sentenza di primo grado. Il Presidente di RT Riccardo Giordano a ImperiaPost dichiara che: “Era prevedibile un’altra condanna, poiché segue quello che è già successo con la prima tranche. La condizione economica precaria dell’azienda era già notae ora l’unica possibilità è quella di vendere i beni patrimoniali,valorizzandoli, e ripartire sul pulito. Siamo in una fase molto delicata. Le nostre prossime mosse dipenderanno anche da cosa pretenderanno i dipendenti, se vogliono essere pagati immediatamente, ma non ci sarebbero i soldi, oppure se accettano una dilazione nel tempo come hanno fatto gli altri. Per poter avere la cassa necessaria e onorare gli impegni bisogna trasferire dal patrimonio immobiliare alla moneta – continua- Questa vittoria dei lavoratori costerà all’azienda circa 1,2 milioni di euro, per fare fronte ai quali dovremo vendere i 2 depositi di Sanremo e Ventimiglia. Non si tratta di operazioni semplici, perché per vendere i depositi devi vendere i terreni, e quindi chiedere una variante al piano regolatore, in modo che il privato possa avere un interesse ad acquistare. A Ventimiglia siamo già abbastanza avanti con i tempi, e forse riusciamo a concludere in un paio di mesi; a Sanremo abbiamo appena presentato richiesta di variante”. C’è da dire che la Riviera Trasporti, controllata da Provincia, Comune di Sanremo e altri Comuni, ha già una situazione debitoriacomplessiva che si aggira attorno ai 30 milioni e più che altro ci si dovrebbe interrogare come sia stato possibile che la dirigenza e gli enti locali abbiano creato un tale baratro, tenuto conto anche del fatto che ad oltre 100 dipendenti dal 2014 Riviera Trasporti non corrisponde lo stipendio pieno, con un risparmio di spesa di circa 3 milioni di euro. Piuttosto che incolpare i dipendenti, la dirigenza farebbe bene a capire dove sono finiti e come sono stati impiegati quei denari, tenuto conto anche del fatto che RT, poco lungimirante, non abbia inserito a bilancio alcuno accantonamento a specifico fondo rischi per le cause legali pendenti.

Ora, come acclamato dal Presidente, RT si trova nella necessità di monetizzare vendendo proprietà. Altro aspetto da tener presente, è quello che a iter legale concluso (sulla linea del primo grado, si spera) in RT ci sarà una piccola parte di dipendenti ai quali sarà riconosciuto il contratto integrativo, mentre agli altri no, proprio a causa di queste decisioni scellerate di colpire in modo unilaterale i diritti acquisiti. Un bel pasticcio che lascerà la porta aperta a futuri scontri. E che pagheranno sicuramente dirigenza e sindacati, proprio quei sindacati che non hanno supportato i dipendenti al momento della disdetta di tutti gli accordi aziendali, ma che hanno invece fatto firmare agli stessi transazioni risibili dal punto di vista economico.

Come ho accennato all’inizio, questa vicenda segue cronologicamente un altro caso che fece scalpore e che in qualche modo funzionò da apripista, quello della disdetta degli integrativi attuata in Atp, l’azienda di trasporto provinciale di Genova. Ad ottobre del 2013 infatti l’azienda disdettava attua tutti gli accordi integrativi (ovvero quegli accordi che ogni azienda conclude per rinforzare le contrattazioni nazionali), i più vecchi dei quali in vigore dal 1979 (tra i quali alcune indennità che compensano gli spostamenti del personale tra i vari paesi dell’entroterra e la lunghezza dell’impegno orario dei dipendenti, a volte anche di dodici ore): da ciò ne derivava un taglio del 20%, oltre, ça va sans dire, ad un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro, che incideva soprattutto sugli autisti (vero motore delle aziende di trasporto).

La misura estrema avrebbe dovuto fruttare all’azienda 3 milioni di euro di risparmi annuali e fu ufficializzata dal presidente Enzo Sivori con una lettera ai sindacati nel febbraio 2013. La politica si dimostrò ancora una volta distante dai diritti dei lavoratori del trasporto pubblico, abbandonandoli al proprio destino. Anche in questo caso, come ad Imperia, i sindacati firmatari accettarono passivamente e chinarono il capo, mentre trecentocinque lavoratori a dicembre 2013 decisero di impugnare la disdetta unilaterale , affidandosi proprio allo Studio Legale Gammarota & Dellepiane, che per la prima volta si trovarono impegnate in una causa di questo tipo, senza precedenti fino ad allora. Il 16 aprile del 2014, come si legge da un comunicato stampa dello studio legale, “davanti ad otto  giudici della Sezione Lavoro del Tribunale civile di Genova, si chiudono le transazioni giudiziali dei lavoratori ricorrenti con le quali, a fronte del ritiro dei ricorsi, è stato  sancito a far data dal primo maggio 2014 il ritorno in vigore di tutte le indennità integrative disdettate dall’azienda nel mese di ottobre 2013,  a tempo indeterminato e senza alcun effetto novativo”.

 Il braccio di ferro giudiziario intrapreso dal gruppo compatto di oltre la metà dei lavoratori Atp ha avuto come antagonisti (oltre  ovviamente all’azienda), sorprendentemente anche le OO.SS., eccezion fatta per USB,  le quali dopo il taglio selvaggio agli stipendi dei lavoratori operata tout court  dall’azienda senza preavviso e con applicazione immediata, del 7 ottobre 2013,  stessa data i  cui l’Azienda con l’aiuto della  Provincia stanziava 300.000,00 euro circa a favore di professionisti esterni per la procedura di concordato, anzichè  sostenere le ragioni dei dipendenti,  hanno messo in campo un’operazione di vero e proprio ostruzionismo alle iniziative giudiziarie degli avvocati: atteggiamento che non trova  precedenti nè  logiche giustificazioni, visto che l’oggetto del contendere erano proprio  i diritti retributivi e normativi dei lavoratori. Le due battagliere avvocatesse tendono a precisare che: “Il settore del servizio di trasporto pubblico locale in Italia, come noto, è un tema complesso e controverso sul quale da tempo si avverte l’esigenza di un intervento normativo di ampio respiro che possa restituirgli quel ruolo strategico fondamentale che lo stesso ricopre negli altri Paesi europei. Le aziende italiane, peraltro, soprattutto negli ultimi tempi, sembrano aver individuato nei tagli alle retribuzioni dei dipendenti la sola via d’uscita  alla crisi del settore. In questo scenario appare emblematico il caso della azienda ATP, che è una azienda, a partecipazione pubblica, che si occupa del trasporto pubblico locale della provincia di Genova, e che attualmente si trova in concordato preventivo. La situazione aziendale pare aggravarsi quando, a seguito della spending review, gli enti pubblici soci (Regione e Provincia, nonché comuni della riviera e dell’entroterra ligure) pongono dei seri paletti all’ammontare dei finanziamenti cui potevano far fronte. ATP, di fronte alla considerevole decurtazione dei finanziamenti pubblici,  decide allora di agire su due fronti: da una parte presentando una domanda di concordato preventivo al  Tribunale Fallimentare di Genova in cui informava il Tribunale stesso dell’impossibilità di capitalizzare l’azienda da parte degli enti pubblici interessati,  se non attraverso interventi da attuarsi con azioni e procedure di non breve momento e di avere recuperato costi tramite il taglio della parte  economica integrativa della retribuzione dei dipendenti; da un’altra parte procedendo di fatto a detto taglio con un atto di forza unilaterale”. Ovviamente questo significa ledere il rapporto sinallagmatico tra datore di lavoro e lavoratore, continuano i legali, “sia in riferimento al corretto e pattuito rapporto tra prestazione del lavoro e suo compenso, sia in riferimento alle modalità di effettuazione della prestazione fisica di  lavoro.  L’azione giudiziaria avviata dai 305 dipendenti dell’azienda veniva impostata sull’accertamento della legittimità o meno della disdetta unilaterale della contrattazione collettiva aziendale. Dal punto di vista strettamente giuridico, la domanda fondava i propri presupposti sull’assunto secondo cui le indennità, i premi e quant’altro disdettato, erano diventati elementi fissi della retribuzione, in quanto applicati da decenni alla generalità dei dipendenti, in modo continuativo, e prescindendo dall’andamento economico dell’azienda stessa”.

Le OO.SS., dicevamo, invece che sostenere i lavoratori facendo valere le loro ragioni davanti ad un Tribunale, hanno cercato di convincerli che la strada migliore fosse quella di trovare un accordo con l’azienda, che però avrebbe stravolto tutta la normativa contenuta negli accordi integrativi. 

A seguito della trattazione delle prime udienze, tenutesi nel mese di marzo 2014, in un clima di tensione e di attacco mediatico, in data 2 aprile 2014, si giungeva ad una transazione giudiziale delle cause pendenti in base alla quale i ricorrenti riottenevano il ripristino della continuità  della contrattazione integrativa aziendale senza effetto novativo e  a tempo indeterminato. L’Atp, è salva, dopo il rischio di fallimento ventilato per mesi.

Incredibile quanto i casi di RTe di ATPsi somiglino e nelle cause scatenanti, cattiva gestione aziendale, e nel tentativo di colpire i diritti dei lavoratori per risolvere la faccenda. E salta agli occhi quanto i sindacati firmatari si siano comportati in modo aziendalistico, mettendo in secondo piano i diritti dei propri tesserati.

A questo proposito vorrei concludere con una notizia che potrebbe essere positiva, abbiamo appreso dal comunicato stampa di Or.S.A. Tpl Genova, che il più giovane sindacato in azienda, da sempre propositivo e battagliero, soprattutto sul fronte della sicurezza, ha ottenuto l’ambito riconoscimento e siederà ai tavoli di contrattazione della più grande azienda di trasporti ligure, ovvero l’Amtdi Genova. Un grande successo per una compagine composta da dipendenti volenterosi e che fanno sindacato, rinunciando a gran parte dei privilegi. Certamente in un periodo storico in cui si chiedono sacrifici continui a lavoratori e cittadini, è questo un bel gesto di coerenza e di onestà. Auguro ai “ragazzi terribili”, un buon lavoro e un in bocca al lupo. Ne avranno bisogno, considerando che si ritroveranno seduti tra le sigle storiche Cgil,Cisl, Uil e quella che è da una ventina d’anni il sindacato più forte, la Faisa Cisal.

 Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal vostro autista Barnaba

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