Qualità dell’abitare nell’ambito residenziale pubblico delle periferie. Note di Mauro Marsullo

 In Inchieste

Va dato atto che gli argomenti, piuttosto articolati, connessi con le problematiche dell’abitare in contesti in cui è prevalente la residenza pubblica, vengono seguiti da pochi Soggetti che hanno mantenuto attiva, chissà perché, una sorta di consapevolezza “civica”.

È altresì evidente che la “politica” si occupa di queste tematiche in occasioni particolari e limitate, perlopiù elettorali o quando si scade nell’ordine pubblico per situazioni che, superando lo standard abituale connotato da elementi di tensione permanenti, sono divenute critiche.

Genova, seppur con peculiarità diverse per dimensioni e caratteristiche del territorio rispetto ad altri contesti, ha generato negli anni d’oro della tumultuosa domanda di alloggi le proprie “navi da guerra” dell’urbanizzazione dove teorie, solo sulla carta innovative e risolutive, hanno consentito di avviare operazioni immobiliari che hanno mutato ogni equilibrio, altrettanto disastroso ma all’epoca ormai consolidato, degli anni ’60, gli anni in cui la Città aveva subito la vera mutazione genetica.

Dal punto di vista della programmazione del fabbisogno, il punto di partenza era rappresentato dai dati di riferimento in base ai quali derivavano poi il numero di alloggi da realizzare in tempi rapidi individuando parti del territorio che ancora potevano ospitare un’urbanizzazione pesante.
Queste nuove aree di espansione, seppur in zone collinari, non si trovavano poi così distanti dall’urbanizzazione consolidata anche se già gravata, come accennato, da evidenti problemi dovuti a carenze di servizi e infrastrutture viarie.
Nella gestione delle tematiche urbanistiche, sulla base dei dati di partenza, si definirono gli assetti del costruito che in questo caso implicavano scelte impegnative in termini di volumetrie, densità abitativa, rapporti vuoto-pieno, servizi.

In allora l’unico elemento illusorio, ancora oggi comunque applicato nel programmare le espansioni di aree urbane in molte zone del pianeta, è stato il considerare come attuabile una sorta di autosufficienza dei sistemi urbani che venivano generati,  considerandoli luoghi autoreferenziali al cui interno poteva svolgersi un “ciclo completo” di risposte ai fabbisogni.
Spesso si utilizzava l’idea “futuristica” dell’Unitè d’Habitation di Le Corbusier a giustificazione della certezza del risultato, dimenticando però premesse concettuali e contesti di inserimento ben diversi con cui confrontarsi.
Di fatto, questo ha significato dare risposte insufficienti alle connessioni urbane, alle infrastrutture e di conseguenza ai trasporti pubblici, all’epoca neanche ritenuti così necessari.
Ricordiamoci che in quegli anni si immaginava una Città in rapida espansione, con dinamiche economiche in atto non ancora consolidate ma strutturate sulla base di proiezioni rivolte ad una visione espansiva e incrementale.

Oggi sappiamo che la storia urbana ha avuto ben altro risultato ed è quindi necessario partire da questa constatazione per immaginare un futuro.

Sulla qualità dell’edilizia costruita e sull’eredità che hanno lasciato quelle “teorie” dell’abitare è quasi inutile scrivere.
È del tutto evidente come in molti casi la logica del risparmio, quando non intervenivano fattori condizionanti di altra natura, ha comportato l’applicazione di criteri costruttivi che privilegiavano la rapidità di esecuzione a discapito della qualità ed è utile ricordare che alcune problematiche sono emerse a partire da pochi anni dopo l’ultimazione e che nel tempo la situazione è inevitabilmente peggiorata.

Da queste analisi deve però emergere un’evoluzione del ragionamento in cui la complessa valutazione delle condizioni attuali può divenire “premessa”.
Le risorse dovrebbero orientarsi verso un “dopo” per superare la situazione di stallo che da sempre si cristallizza nelle mancate risposte.
Ad esempio non si è trovata soluzione, perlomeno di indirizzo, utile a disinnescare il meccanismo della gestione delle unità residenziali di proprietà pubblica per superare i temi noti che producono disagio sociale.
Così come non vi sono in apparenza soluzioni percorribili per tutti gli altri temi che hanno una qualche relazione con la qualità del costruito e che sono poi confluiti nel disagio abitativo.

All’epoca della realizzazione non è mai stata presa in considerazione o utilizzata alcuna teoria sociologica che permettesse di porre in relazione ciò che si andava a costruire con le dinamiche derivanti dalla creazione di interi quartieri densamente abitati, e anche oggi pare non siano utilizzati idonei strumenti per comprendere se e come sia possibile migliorare le condizioni di vita in quei comparti residenziali.
Sembra infatti che nonostante il progredire dell’analisi teorica, ormai stracolma di esempi da “laboratorio” su tutto il territorio nazionale, si sia ancora privi di soluzioni applicabili per garantire migliori condizioni future.
È come se si fosse passati dall’illusione che bastasse soddisfare pedissequamente il “fabbisogno casa” per risolvere ogni problema secondo criteri di autoregolazione, all’avere acquisito nel tempo una vasta gamma di dati diagnostici senza alcun suggerimento per la cura.

La priorità è quella di individuare “soluzioni” che finalmente interpretino queste complesse dinamiche attraverso il coinvolgimento di competenze interdisciplinari:

  • tecniche per la riqualificazione edilizia;
  • finanziarie per individuare le risorse da mettere a bilancio unitamente ai costi sociali e patrimoniali;
  • sociologiche per stabilire le soglie critiche di sostenibilità nella convivenza all’interno di strutture spesso

La costituzione di un gruppo di lavoro operativo e interdisciplinare a supporto delle future decisioni non pare una condizione opzionabile.

Mauro Marsullo

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