Insegnante falli smettere di urlare

 In Costume & Società

Quello che sta accadendo nelle scuole, intendo quella violenza che si riversa dagli studenti sugli insegnanti e (alcune volte) dagli insegnanti sugli studenti, non mi stupisce più di tanto. Mi stupisce la viralità che certi strumenti come Youtube le conferiscono.
La riconosco quella violenza, la vedo spesso nel mio lavoro, negli sguardi, nei comportamenti, nei gesti e nelle parole di alcuni utenti, più o meno giovani.
La riconosco nella boria e nell’ignoranza di certi giudizi, neitentativi di aggressione ai colleghi, ne vedo i segni sui volti di chi il pugno (o la coltellata) lo prende davvero, nelle urla dei ragazzini che la notte prendono il bus come se fosse l’ideale prosecuzione su gomma dello sballo iniziato nei vicoli, proseguito in discoteca e finito lungo le strade della città.
La violenza vomitata, gridata, che irrompe irrazionale e si scaglia sulle cose, sulle persone. Quella violenza che fa parte dell’animale uomo e che è parte integrante della società in cui viviamo, una società che ci divide, che ci isola, che ci vende e che ci compra.
Quella violenza che attraverso i media, e ancor di più attraverso i social,si rende quasi affascinante. Così piena e presente e provocante.
E’ la violenza che crea gli immigrati, che ce li fa odiare, così diversi, così lontani, eppure così affamati di quello che abbiamo, tanto da avere la sfrontatezza di volerlo anche loro. È la violenza che ci fa odiare le donne, così deboli, così puttane, e poi questi “negri” che puzzano e non hanno voglia di lavorare, sempre attaccati agli smartphone, “e poi basta anche con questi froci, che facciano quello che vogliono, ma a casa loro”.
Tra le mura di casa, già, dove la violenza è libera di esprimersi così dura e così intima, e lo sanno bene tanti figli e tante mogli.

Io quella violenza la guardo negli occhi, la riconosco, cerco di contrastarla, non lasciandomene irretire. Quella violenza mi ha sfiorato tanto tempo fa e la sento ancora sulla pelle, intendiamoci è stata solo una leggera carezza, superficiale eppure abbastanza netta da farmi capire che la sua esistenza permea tutto.
Io sono stato un bambino grasso, non sportivo, amante dei libri e dei fumetti e sebbene non abbia mai subito particolari atti di bullismo, ho provato cosa voglia dire essere escluso, essere fuori dai canoni del branco e pertanto essere ghettizzato.
La cosa mi ha permesso paradossalmente di sentirmi libero, libero di frequentare gente che percepivo simile a me, senza sentire il peso del dover dimostrare a chicchessia di essere figo, ho avuto la forza di restare me stesso, senza drammi, aggrappandomi alle mie passioni, sono cresciuto senza problemi, ho affrontato i fantasmi dell’adolescenza, mi sono divertito, ho fatto le mie esperienze, sono cambiato in meglio per certe cose, in peggio per altre, però una cosa non è mai cambiata in me, la totale avversione verso chi divide le persone in top e downbello e brutto, bianco e nero, uomo e donna, eterosessuale e gay.
La mia naturale tendenza all’inclusione e al dialogo è cresciuta negli anni, scoprendosi in realtà divisiva, ho infine dovuto ammettere a me stesso che anch’io faccio distinzione. Già, tra chi è un pezzo di merda e chi non lo è. Il pezzo di merda non ha un’età, uno ci diventa per mille motivi, forse ci nasce per diritto ereditario, però sono convinto che da quella condizione si può uscire.

La famiglia, la scuola. Ecco le istituzioni alla base della nostra società. Aiutiamole a essere forti.

Cerchiamo come genitori di essere presenti il più possibile, perché le menti dei nostri figli sono preziose e hanno bisogno di essere indirizzate e seguite.
Il bullo, molto spesso, è prima di tutto una vittima. Dietro il bullo c’è spesso un disagio familiare.
Facciamo capire ai nostri figli che la realtà non è quella filtrata dai media o dai socialche è sfaccettata e complessa e che non è mai nera o bianca, ma fatta semmai da infinite sfumature. Spieghiamo loro che la felicità non va ricercata nel branco, che per essere qualcuno non si deve essere come tutti, anzi. Insegniamo loro che una società che ci divide e che ci porta ad accettare la solitudine e la sofferenza, non può che generarne ancora. Insegniamo loro che la terra su cui viviamo è patrimonio di tutti, che se non impariamo ad aiutarci finiremo col distruggerci.

Diamo sostegno agli insegnanti, ridiamo loro il prestigio sociale e quell’autorità etica e morale di cui i nostri figli hanno bisogno. Riformiamo le nostre scuole, che crollano non solo nel loro aspetto fisico, ma anche in quello che rappresentano (riguardiamoci film molto esaustivi come “La scuola” o “Io speriamo che me la cavo”).
La fatiscenza degli edifici rappresenta non solo la fatiscenza di tutta la società, ma anche la povertà della nostra visione di un futuro, che pare fermarsi al domani, in un eterno e faticoso rincorrere i giorni uno dopo l’altro. Senza una progettazione di medio lungo respiro (di qualunque cosa) un Paese non può sopravvivere. Diamo la possibilità alla nostra scuola di dare un senso alla ribellione dei nostri figli, ad insegnare loro che per cambiare si deve anche avere il coraggio di rovesciare i punti di vista, di salire sui banchi come insegnava il professor Keating de “L’attimo fuggente”, perché di questo hanno bisogno i nostri figli, non certo di un preside stile Rambo, come il Rick Latimerdi “The Principal”. Cerchiamo di avere il coraggio di non assolverci e di non cedere alla semplicistica equazione violenza contro violenza, che se tutto sta andando a rotoli, un po’ è anche colpa nostra. Non continuiamo ad alimentare le frustrazioni, aiutiamo invece i nostri figli a combatterle, perché anche di queste è fatta la vita, e di vittorie e di sconfitte.

Ricordiamo che l’uomo ha solo un modo per non cadere negli errori del passato, quello di conoscerlo, di studiarlo, senza interpretazioni ideologiche, con libertà di giudizio. Mettiamo i nostri figli di fronte agli errori dei propri padri, affinché non siano tentati di commetterli a loro volta, anche perché è così dannatamente facile ricaderci, ricordate il film “L’Onda”?

Ora basta, ho già scritto troppo, ma prima di innestare la marcia e ripartire per un nuovo giro, vi voglio lasciare con una nota di leggerezza perché come Waldo,il bambino insicuro protagonista di “Hot for teacher” dei Van Halen, mica so ancora che cosa farò da grande…

T-T-teacher stop that screamin’                                                                                                                                      
(I-I-insegnante falli smettere di urlare)
Teacher don’t you see?                                                                                                                                   
(Insegnante non capisci?)
Don’t wanna be no uptown fool                                                                                                                                 
(Non voglio essere lo zimbello dei quartieri alti)
Maybe I should go to hell                                                                                                                                         
(Forse dovrei andare all’Inferno)
But I am doing well                                                                                                                                                        
(Ma lo sto facendo bene)
Teacher needs to see me after school                                                                                                        
(l’insegnante ha bisogno di vedermi dopo scuola)
I think of all the education                                                                                                                                        
(Penso a tutti gli insegnamenti)
that I’ve missed                                                                                                                                                              
(che ho perso)
But then my homework                                                                                                                                               
(Ma poi i miei compiti a casa)
was never quite like this!                                                                                                                                             
(non erano mai abbastanza come questo!)

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