Umarells: dal red carpet alla rambla del food

 In Editoriale

Paolo Vanni, 64 anni, ne compirà 65 fra qualche giorno, il 30 marzo. Potenzialmente in eta pensionabile, ma ha fatto per gran parte della sua vita l’imprenditore, ed e’, soprattutto, uomo di comunicazione. Lo attesta il suo lungo curriculum vita che annovera dall’ultima avventura al Berio Caffe’, all’ultimissima ancora nel campo della ristorazione al Bar Roma di piazza Matteotti, ribattezzato grazie ad una insegna più moderna rispetto a quella tradizionale dell’antico pubblico esercizio, mantenuta comunque, in Sciò Polpetta. Vanni ha un curriculum lungo così che ho copiato dalla sua pagina social su Facebook e recita “Ha lavorato presso Berio Ristorazione srl -Precedentemente Directeur General presso NuovaSet Agenzia Pubblicità e Marketing– Ha lavorato presso Pasticceria artigianale Barsotti – Precedentemente Manager presso Vespa Piaggio – Ha studiato Marketing e comunicazione d’impresa presso Università Di Genova – Ha studiato Scienze Politiche presso Università degli Studi di Genova –Ha frequentato Liceo Classico G. Mazzini , Bar Roma Piazza Matteotti Genova e Pasta e Polpette 
Mi sono occupato di lui qualche tempo fa in svariate occasioni, incuriosito dal personaggio poliedrico passato, senza colpo ferire, dagli uffici commerciali della Piaggio a quelli della Benetton, in Veneto, e poi rientrato a Genova come imprenditore nel campo della pubblicità con la Nuova Set società che ha chiuso nel 2014. Per poi reinventarsi nel campo della ristorazione. Sono venuto a contatto con lui in occasione di un mio fortunato interessamento ad un tavolino da grafico rosso corallo che fa bella mostra di se’ nel salotto di casa mia. E mi ha incuriosito il personaggio in virtu’ di un bel paio di baffoni bianchi che suggerivano tutta la sua esperienza. L’ho rivisto qualche giorno fa, dopo il passaggio di consegne, con tanto di strascico giudiziario del suo Berio Caffe’, in occasione dell’apertura di quella che per lui, personaggio vulcanico, rappresenta la sua nuova avventura. Appunto la riapertura del Bar Roma e o Sciò Polpetta.

 

E mi fa piacere che sia lui il primo testimone della mia rubrica per Fivedabliu che ho voluto dedicare agli Umarells. Iconici, anonimi, quanto eroici personaggi della nostra epoca 2.0. Iconici per una città come Genova, votata ormai da anni al decremento demografico e madre matrigna di giovani costretti ad emigrare all’estero alla ricerca di un’occupazione soddisfacente, non precaria e che offra qualche garanzia per un futuro prossimo. L’indice di vecchiaia che rappresenta il grado di invecchiamento di una popolazione dice, per esempio, che a Genova nel 2017 il rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni ed il numero dei giovani fino ai 14 anni ci sono 249,5 anziani ogni 100 giovani.

 E perciò sia io che Paolo, lui fra poche settimane ed io fra qualche mese, entreremo a pieno titolo, statisticamente, a far parte della categoria di coloro che hanno superato i 65 anni di età, andando, magari, a rafforzare quel 249,5 per cento.  Proprio per questo motivo avevo provocatoriamente dedicato il mio primo editoriale per Fivedabliu agli Umarells, immagine inventata in quel di Bologna, come rappresentanti di quei pensionati che, con le mani dietro la schiena e la testa rivolta, curiosa, a guardare avanti, passano gran tempo delle loro giornate a ispezionare i lavori nei cantieri. Obiettando… che si può e si poteva fare meglio. Ero rimasto folgorato, ricorderete, appena trascorse le vacanze natalizie dalla loro potente metafora. Mi era capitato fra capo e collo leggendo un articolo che parlava della start up milanese TheFatLab, la favola dell’ Umarell, l’omino in 3D alto 14 centimetri, realizzato dal laboratorio all’avanguardia che coniuga stampa 3d, robotica e IoT, e che è diventato un vero e proprio cult degli ultimi regali di Natale. Spiegava Elisabetta Pasca, autrice dell’articolo pubblicato su “Uomini e donne della Comunicazione in cui ha intervistato Massimo Temporelli, divulgatore scientifico, presidente e confonder di TheFatLab: “In soli 14 centimetri si concretizza un concetto, quello che sta dietro al comportamento dei celeberrimi vecchietti italiani abituati a riempire i lunghi pomeriggi del post pensionamento guardando i cantieri dei lavori in corso, elargendo critiche più o meno ponderate: quanto ci sentiremmo meno soli al lavoro e quanto potremmo essere più produttivi se solo ognuno di noi avesse accanto al proprio computer questo signore in miniatura, che veglia sul nostro operato, che ci responsabilizza e che ci ricorda che i cambiamenti e la tecnologia possono diventare, in maniera divertente, intelligente e innovativa, le chiavi più giuste per andare avanti senza cancellare ciò che abbiamo alle spalle”. In buona sostanza un motivatore da scrivania, gadget perfetto per un perfido regalo di Natale, che ti guarda lavorare come se ci fosse un cantiere.   

 Sui famigerati Umarells l’antropologo urbano Danilo Masotti ci ha scritto due libri nel giro di dieci anni descrivendoli così “Sono tanti vivono in mezzo a noi ci osservano….e noi osserviamo loro “. All’inizio, nel 2007 Masotti li descriveva così “li “umarells” sono gli ometti pensionati bolognesi: hanno sempre qualche soldo da parte, aiutano a comprare la casa, quando tirano le cuoia lasciano in eredità denaro e/o immobili, educano i nipotini. Il PIL non cresce, ma crescono le aspettative di vita per gli “umarells”, ai quali sarebbe giusto dedicare almeno una festa nazionale. Nell’attesa, l’autore dedica loro 

 

questo libro”. Nell’attesa, comunque, non credo che si sia ancora individuata una data per sancire la festività nazionale, ma nel frattempo Masotti ci ha scritto su un secondo libro “Oltre il cantiere – Fenomenologia degli Umarells”. 
E parlavo di una metafora potente che mi ha colpito, legata al pensionato con le mani dietro la schiena e il capo reclinato in avanti che osserva giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto l’evolversi dei lavori nei cantieri con in mente un pensiero fisso “Si poteva fare meglio”. Con un compito di controllo e di pungolo. Comunità sociale che rappresenta una categoria ben precisa, quella dei pensionati, sulla quale si è scatenata una sorta di battaglia generazionale e, tuttavia non sono così settari come li si vorrebbe descrivere. Non a caso Masotti li identificava con la parte buona quelli che “hanno sempre qualche soldo da parte, aiutano a comprare la casa, quando tirano le cuoia lasciano in eredità denaro e/o immobili, educano i nipotini”. E mi piace questa immagine da trasferire su Fivedabliu e sul portale che dovrebbe raccogliere alcune realtà genovesi. Così ne ho fatto una rubrica che intendo utilizzare come filo conduttore dei mie futuri editoriali. Gli Umarells genovesi, appunto. Motivatori da scrivania e non solo. 
E fatto questa doverosa prefazione ritorno al mio personaggio odierno. Appunto Paolo Vanni, al quale do’ atto da tempo di essere oltre che ottimo imprenditore nel campo della ristorazione, una intelligenza visionaria in quello della comunicazione.

Allora proprio il Vanni, qualche giorno fa, intervistato da un giornalista della maggior testata genovese, il Secolo XIX, disinteressatamente, o forse anche no, ha lanciato un’ idea per intercettare con sempre maggior ponderatezza le esigenze dei turisti, e non solo, in visita o in peripatetica nella nostra città’. Parlando della sua nuova attività Vanni ha lanciato li’ una proposta, a mio modesto modo di vedere, particolarmente interessante “«Nei primi giorni di apertura siamo stati presi letteralmente d’assalto, sia da turisti incuriositi sia da genovesi. Via San Lorenzo e Matteotti si sono ormai trasformati in un asse fondamentale per la città, e sarebbe bello che il Comune facesse qualcosa per trasformarla in una sorta di “rambla”: qui attorno ci sono diversi imprenditori della ristorazione che hanno investito nella zona, inaugurando locali diventati ormai punti di riferimento, ma ci sono poche attività commerciali legate alla Liguria e a Genova. Molti clienti stranieri sono entrati chiedendo se potevamo vendere pesto, olio e altre specialità…».

 

Al Carmine, con naturalezza, hanno cominciato con la bella stagione a portar giù – nella piazzetta di San Bartolomeo dell’Olivella, detta a suo tempo Piazzetta Rossa,  dove c’è una piccola chiesa romanica- tavoli leggeri da montare e smontare e da imbandire. Ognuno porta quel che meglio gli riesce in cucina, torte dolci e salate, vino, focaccia, frittate e l’elenco sarebbe lungo e ben  integrabile con l’immaginazione da voi che leggete. Per raccontare questa esperienza di condivisione di cibo e chiacchiere, risate e malumori, c’è pure un cartello attaccato al muro della piazzetta che siccome è un brano quasi di alta letteratura  ve lo riporto in parte: “Per sogno o per incanto, senza cartelli o grida di ogni sorta, senza qualcuno che ordini o disponga… la piazzetta s’affolla di una umanità imprevista di cui nessuno saprebbe ricostruire nel dettaglio i motivi o i richiami che li hanno fatti uscire dalla propria casa..fioriscono in un amen panche e tavolacce, sventolano tovaglie, si sturano bottiglie, atterrano vassoi teglie e ceste in cui quel poco o quel tanto è a disposizione di tutti, compresi quelli che passano tornando dal lavoro e che si fermano un momento a lasciare sul piatto un grazie o una parola. Perchè non è il salame o la polenta che fa la gente sazia e nemmeno la focaccia o l’ormeasco, ma quel sentirsi parte necessaria e accolta, fosse anche per un’ora, il tempo di tornare ognuno a casa sua con l’odore addosso di una vita condivisa…Di solito il miracolo accade di mercoledi, una giornata messa di traverso a far da ponte su tutto ciò che ci scorre addosso, dove di solito non si parte e chi è già partito vede prossimo il tempo del ritorno”. E forse ai nostri amministratori basterebbe guardarsi attorno con minor sussiego per intercettare i gusti dei loro concittadini e seminare su ciò che già si è seminato, rinverdendo e rinvigorendo manifestazioni, intuizioni ed eventi nati quasi spontaneamente.

 

Poco più su al Carmine, sempre grazie alla cucina, si e’ sperimentata la rivisitazione di una formula, in realtà antica, di interazione sociale, come racconta la collega Donata Bonometti nel suo blog “Pieni di giorni”: “Il Carmine è un borgo medievale di Genova che si stacca dal resto del centro storico e sale sulla collina. Ha carruggi e palazzate, creuse e scalette, piazze e vicoli che portano nomi evocativi: cioccolatte, fragole, zucchero, giuggiola… con relativa pianta viva e vegeta. Fino al mercato di struttura liberty con il selciato dietro, dove giocano in sicurezza i bambini e c’è qualche glicine, o bouganville, che copre le insegne. E’, o è stato?, un quartiere popolare e insieme bohemien, intellettuali e artisti, studenti e anziani artigiani, portuali, negli anni Settanta il Carmine fu il riferimento urbano di una generazione di giovani antagonisti, anarchici, contestatori ancora oggi qualche scritta sui muri chiama alla rivoluzione. Forse i “ragazzi contro” di allora, in parte, non se ne sono mai andati da lì.  E’ proprio per quel posto che è, con la storia che ha, che  al Carmine è successa una cosa che fa gridare al miracolo dell’incontro, dell’apertura agli altri, della socialità conviviale. Avete presente certi condomìni dove i dirimpettai convivono da decenni e non sono mai entrati l’uno nell’anticamera dell’altro? e ricordate, voi che siete d’età come me, certi abitanti di case a ringhiera o simili dove ci si scambiava il piatto di arrosto piuttosto che di minestrone, a volte lasciandolo sullo zerbino e sperando nell’assenza dei gatti

 

 

Interessante la proposta di Paolo Vanni, interessante l’esperimento del Carmine come fenomeno spontaneo di socializzazione, dopo la stagione dei red carpet Rossi, ormai logori, sia come passatoie che come idea, e mentre la nostra amministrazione si appresta ad affrontare l’Euroflora ospitata dai parchi di Nervi. Anche perché il food tira sui social e come trasmissioni televisive e lo street food ne è diventata la proposta più innovativa e alla portata di tutte le tasche. E poi le polpette di Vanni che potrebbero essere elevate meglio della torta di riso e ragionevolmente insieme al pesto e alla Pasqualina, a simbolo di quella propensione al risparmio tutta genovese, anche se la Polpetta con varie differenziazioni è tipica in molte regioni italiane. 

Spiega ancora Paolo Vanni nella sua intervista al “Secolo XIX”: “Ristoranti che offrivano nel menù le polpette c’erano già, ma non specializzati solo su quello. Sicuramente non a Genova, che io sappia neppure in Liguria.Diciamo che la polpetta è un prodotto italiano tipico, ogni regione ha la sua, pensata per recuperare gli avanzi. Noi l’abbiamo declinata in diverse versioni, e ne abbiamo dedicata una a Genova con quella al “tocco”. Ma abbiamo anche il panino con le polpette, la ricetta vegana, e una speciale attrezzatura dedicata ai celiaci>>. Insomma dalle polpette, alla portata le tutte le tasche, ad altri prodotti più internazionali. Masetto è noto in tutta Italia e soprattutto fra i giovani, per i suoi hamburger, Ruster, marchio importato dagli Stati Uniti , che lavora sul pollo, in piazza delle erbe ci sono locali che offrono gastronomia vegana. Vanni lancia l’idea di un triangolo, anzi di una Rambla, della tipicità della gastronomia ligure. Ovviamente con negozi che commercino il pesto. Un’offerta per i turisti a coronamento della Genova storica, quella dei palazzi dei Rolli, e di Strada Nuova, delle mostre del Ducale. E tornano alla mente quei vecchietti che guardano mani dietro alla schiena e capo in avanti. Scuotono la testa e dicono che probabilmente si poteva fare meglio. 
Quei vecchietti che a Genova annoverano una prima vittima sul “lavoro”, quel pensionato di 87 anni che si soffermava spesso a guardare il buco aperto da due anni in via Berno, con l’intento di capire se oltre alle transenne, qualcuno sarebbe mai intervenuto per mettere in sicurezza la zona. 

Paolo Vanni, intano getta li un’idea che non è male per avanzare verso quella “Genova Meravigliosa” che in campagna elettorale ha costituito uno degli slogan più convincenti del nostro centrodestra. Dal Comune fino ad oggi nessuna risposta. Forse sarebbe pretendere troppo da una giovanissima assessore alla cultura come la ventinovenne Elisa Serafini. Ma il nostro sindaco, il manager Marco Bucci, in fondo si appresta a superare la sessantina e quindi, a mio avviso, qualche segnale in più nei confronti di un suo quasi coetaneo proprio non guasterebbe.

Paolo De Totero

 

 

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