Quello che mi resta

 In Costume & Società

Sapevo che era un nuovo “invisibile” ma che lavorava in un bel palazzo di Via Garibaldi.
Le indicazioni dell’agenzia erano chiare: “di giorno lavora per il Comune ma di notte dorme in strada”. Nonostante la mia esperienza in fatto di disperazione non avevo valutato un fatto sostanziale: se non vuoi sprofondare definitivamente nel sottosopra devi mantenere l’estetica consona per il mondo a colori. Quindi non lo trovai.
Avrei dovuto cercare questo Signor Gaetano di notte, nel suo ambiente che poi, in effetti, era un po’ anche il mio.

Cercai nell’armadio abiti poco eleganti, senza fatica peraltro, e armato di uno zainetto, il solito, decisi di andare alla Stazione Brignole per conoscere Gaetano e convincerlo a scattare un po’ di foto e a farmi raccontare la sua storia.
Non fu difficile, quando arrivò il furgoncino della chiesa di San Siro di Struppa mi avvicinai alla coda di quelli che aspettano un pasto e scelsi il meno sgangherato per chiedergli:

«Conosci un certo Gaetano?»
«Dipende. Se è una grana non lo conosco»
«Ma no, mi manda Don Roberto»
«Ah Roberto! Ho già i miei casini mi ci manchi tu»
Era lui! Lo avevo trovato.

Mi aveva scambiato per uno della tribù. In parte ne fui felice perché, per puro culo, avevo trovato la chiave di ingresso nel sottosopra, ma un po’ mi giravano le scatole perché voleva dire che non ero messo poi così bene.

«Vabbè, dai stai qui in coda con me, poi parliamo. Ah, prendi il tè e mangia poco pane, altrimenti non vai più in bagno»
Incontrai così “Charlie”, soprannome che si era guadagnato grazie ai suoi occhi socchiusi come un viet.

«Stasera si dorme a Nervi, qui fa troppo freddo. E poi c’è un bel bidone, dove si trova sempre il cartone e ti spiego quale devi scegliere.»

Arrivato a quel punto non sapevo più come spiegargli che io, “eh, caro il mio Gaetano, io non sono come quelli in coda…io…” Io sarei potuto tranquillamente finire “per cartoni” visto che nella vita basta sbagliare bivio.
Era una vita complicata, fatta di gente che ci guardava con schifo, alcuni con la paura di finire nel girone degli invisibili, i più ci sfilavano di fianco come se proprio non esistessimo. La notte faceva freddo e l’acqua non bagnava solo i vestiti ma anche la speranza di fare una vita normale. Ogni giorno la strada mi insegnava una lezione nuova e sempre più dura, Gaetano lo sapeva, le aveva imparate tutte le lezioni. Una sera mi disse: «Sai, se non avessi un lavoro che mi impone una divisa sarei già arrivato al cartoccio».
Il cartoccio di Tavernello è l’ultimo stadio, il punto di non ritorno.

Tutto quello che era normale diventava straordinario. Fare la doccia, cambiarsi, dormire su un letto, farsi un caffè, sedersi sul divano e guardare una schifezza alla tv.
Avere l’orgoglio era un lusso. Lo perdevi tutto entrando in Vico Biscotti o al Massoero, nel ripiegare le poche cose nell’armadietto giallo.

Ero fortunato in fin dei conti. Stavo fingendo, stavo mentendo a una persona che aveva veramente bisogno. Mentivo a un’intera tribù che aveva bisogni veri. Mi sentivo una merda.
Una sera gli confessai il mio inganno.
Mi guardò con un sorriso incredulo, e con un filo di voce mi disse: «Sono contento per te, sono contento che tu non abbia veramente bisogno, però adesso vai a fanculo». E se ne andò lungo i binari.

Una sera mi telefonò per dirmi che era stufo di stare in strada, di nascondersi. Acconsentì a fare qualche foto. La sua storia la conoscevo benissimo ma, con grande stupore, mi chiese che io gli raccontassi la mia.
Così è proseguita un’amicizia rara e rarefatta, con pochi incontri, qualche telefonata e molti silenzi. Quando hai condiviso l’umiliazione cosa altro hai da raccontarti?

Dal 12 dicembre 2017 Gaetano non c’è più.

fp

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