Poveri, matti, emarginati…mettiti nelle loro scarpe e cammina

 In Costume & Società

Era il 2006, nemmeno tanto tempo fa, si parlava di nuovi poveri, di crisi, di barboni. Persino gli spocchiosi milanesi avevano difficoltà a pronunciare le parole “va’ a laurà, barbùn”, perché ormai il lavoro non c’era più per nessuno.
Fu così che decisi, tra una “gita” e l’altra, di provare a vedere come ci si sente. Propongo il servizio a un noto settimanale e visto che poveri, matti, terremotati, e sesso fanno vendere ricevo immediatamente il via libera.
Il posto migliore per cominciare a cercare il soggetto giusto è sempre la stazione, magari di sera, e aspettare che arrivi il furgoncino con i volontari  che distribuiscono il cibo. Non vi nascondo che lo snobismo di chi ha un tetto sulla testa e la pancia piena rende difficile la scelta della persona nella cui vita andare a rovistare cercando di convincerlo che ti dispiace se è immerso nella merda. 
Slavi no, troppo rissosi, bevono troppo e sono di coltello facile. I vecchi no, sono consumati dal freddo, dalla fame e dal vino nel cartoccio.
Quando le speranze sembravano svanire, un sacerdote mi segnalò una persona che era perfetta: dipendente statale costretto in strada dai debiti. Al mattino in giacca e poi la sera, zaino in spalla, in coda a prendere un panino e poi a  dormire sui treni fermi in stazione Brignole. Il migliore era all’undicesimo binario e a ridosso del muraglione. Stava li tutta la notte. 

Il problema, quando sei un barbone, è che diventi invisibile.
Le persone ti ignorano, se ti avvicini si scansano, dai fastidio, rappresenti il baratro in cui hanno paura di finire.
La città ha due mappe, una per i normali, l’altra per gli emarginati. La nostra mappa comprendeva le chiese dove potevi recuperare i soldi per le scarpe, o il  sacco a pelo, dalla Lilli un po’ di vestiti, a Cornigliano le cuoche cucinavano  le penne più buone del mondo e nella zona del Carmine potevi trovare il medico.
Per settimane con Gaetano abbiamo studiato come fare il libretto del viandante (barbone ci pareva esagerato), una sorta di vademecum con i posti dove trovare rifugio, cibo, vestiti. Il problema più grande non è mangiare o bere ma essere rispettabili a sufficienza per poter entrare in un bar, prendere un caffè e andare in bagno. 
Espletare certi bisogni dopo aver condotto per giorni una dieta a base di panini comporta difficoltà  impensabili.  E se dopo aver speso l’unico euro che hai in tasca, nel gabinetto del bar manca la carta? Insomma le cose semplici diventano difficili.
Con Gaetano la pantomima è durata poco, il lavoro passò in secondo piano e siamo diventati amici e ancora lo siamo. Come è andata a finire la sua storia  è un fatto che tengo per me. Comunque sta bene. 
Ma chi volesse farsi un’idea di cosa si prova può leggersi questo suo scritto che però ha il difetto di non puzzare, di non farvi sentire il freddo e l’infinita fragilità che si prova ogni volta che ti metti in coda per un bicchiere di tè.
Non si percepisce neppure il disprezzo di chi ti incrocia, l’indifferenza di chi frettolosamente ti sdogana come un fannullone. A Natale è pure peggio perché l’ipocrisia raggiunge l’apoteosi. 

Spesso mi torna in mente quella signora che, nel suo cappottino troppo leggero, mi diceva “no grazie, non ho bisogno di nulla, sto aspettando mia figlia che tra poco  arriva col treno”.  Un treno che non ho mai visto arrivare. 

fp

“Ci entrai a testa bassa un po’ intimorito, vinto dal freddo edall’umidità, oltre che dal bisogno. Sentii subito gli occhi addosso. Occhi diffidenti e curiosi, ma nessuno osò chiedere nulla. Mi sedetti sulla panca di legno, fingendo un’indifferenza che non provavo e accesi una sigaretta. Non sapevo neppure io cosa fare lì. La domanda arrivò, secca come una fucilata: 

« Hai mangiato?»
Un paio di quegli occhi, prima indagatori e diffidenti, avevano capito chi ero: solo un altro della stessa tribù. Una tribù numerosa che dopo aver imboccato qualche crocevia sbagliato, si ritrova lì, nella sala d’aspetto di una stazione cercando di passare indenni la notte e affrontare il giorno dopo col freddo nelle ossa e pochi spiccioli in tasca. 
Qui al
Gran Hotel delle Palme, non si fanno troppe cerimonie, non ci sono tessere da esibire. Basta lo sguardo per capire chi fa parte del Club.

«
Si, grazie. Non ti preoccupare » Fu la mia risposta. Quella faccia scolpita dal vento e dalla natura mi rispose con un mezzo sorriso.
« Ci sono ancora dei panini, senza complimenti ».  E aprì una busta per la spesa, offrendomi il contenuto.
« Beh, allora grazie».
« Se c’è da mangiare, ce n’è per tutti. Quando ne avrai lo dividerai anche tu».

 Iniziai a mangiare il panino che mi aveva offerto scoprendo di avere più appetito di quanto ammettessi a me stesso. Mi sentii rinfrancato, più da quel semplice gesto che da quel povero cibo. Ringraziai ancora e mi accesi un’altra sigaretta.

«Non hai niente?» mi chiese ancora.
«Cosa, scusa? Non capisco ».
«Non hai niente per passare la notte? Mica puoi stare lì seduto! C’è freddo e se ti ammali sei fottuto.»
«No. Non ho niente. Appena potrò mi compro un sacco a pelo come il tuo».

Rise forte e di gola.

«Novellino eh? Non si compra nulla. Vai alla parrocchia di San Siro a Santa Margherita. Chiedilo e te ne danno uno. I soldi tienili per altre cose».
Così dicendo, si sfilò dal suo improvvisato giaciglio, calzò le scarpe, un paio di vecchi anfibi militari, e andò a frugare in un angolo nascosto. Ne tirò fuori un largo cartone ripiegato e una coperta militare.
«Ti faccio vedere»
Stese il cartone in un angolo di quella sala, e vi pose sopra la coperta ripiegata in due. Un sacco a pelo improvvisato ma funzionale.
«Le scarpe mettile sotto il cartone. Ti serviranno da cuscino e non te le possono fregare».
Feci come mi disse e, a parte la durezza, quella piccola tana era calda e neppure troppo scomoda.
Sorprendente dover prendere atto che la misura tra la vita e la morte, sia il semplice spessore di un cartone ripiegato.

GF

 

 

Recent Posts

Leave a Comment

Start typing and press Enter to search