La mafia, al Nord, non esiste? Intervista sul negazionismo

 In Inchieste

” Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste”
Charles Baudelaire

Il negazionismo è una malattia mortale che apre piaghe profonde sul territorio.
Dire che la ‘ndrangheta in Liguria non esiste significa, infatti, spalancare le porte a quel veleno che condiziona la libertà delle scelte della Pubblica Amministrazione, che controlla le attività produttive e gli appalti, che interferisce nella nostre vite manovrando, di fatto, la gestione e lo smaltimento dei rifiuti e la coltivazione delle cave.

Sono interferenze, queste, che emergono con forza dall’ultima relazione annuale della DNA, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, nella quale si legge che l’attività della DDA di Genova continua a rivelare la forte operatività, nell’intera regione, di vari sodalizi di ‘ndrangheta, certamente in rapporti con le cosche madri calabresi ma dotati di autonomia decisionale e sempre più caratterizzati da quelle specifiche modalità di azione, cioè il mantenimento di un basso profilo e lo sviluppo di capacità relazionali, che ritroviamo nelle altre regioni del Nord Italia.

Si tratta di una presenza radicata nel territorio e riconosciuta, negli ultimi anni, da diverse sentenze emesse, oltre che dal Tribunale di Genova, da quelli calabresi e piemontesi, visti i rapporti strettissimi, sul piano criminale, tra Liguria e basso Piemonte.
Una ‘ndrangheta che nella nostra regione opera attraverso almeno 9 aggregati associativi/territoriali, quali i locali di Genova, di Ventimiglia (IM), di Lavagna (GE) e di Sarzana (SP) nonché articolazioni minori, individuate a Bordighera (IM), Sanremo (IM), Taggia (IM), Diano Marina (IM) e nel savonese (Albenga e Varazze).

In una sentenza di condanna nei confronti di affiliati operanti nel ponente ligure, si descrive un’associazione con la capacità di condizionare l’operato di amministratori locali e di incidere sulle attività imprenditoriali di quelle piccole e medie imprese che costituiscono il tessuto economico prevalente dell’intera area.

Le iniziative investigative di tutte le Forze di Polizia, mettono a fuoco una realtà territoriale nella quale il porto di Genova, centro di grande e antica tradizione, e, soprattutto, di straordinario e perdurante rilievo per i traffici e per il turismo del mediterraneo, rappresenta, anche per la sua estensione, uno dei luoghi preferiti dal sodalizio calabrese per importare droga e per distribuirla altrove.

E’ del tutto evidente che i numerosi sequestri eseguiti nei porti liguri, infatti, non rappresentano casi estemporanei e frutto di scelte occasionali, ma attuazione di una chiara strategia che involge sempre più gli scali portuali liguri in luogo di quelli più “comodi”, come il porto di Gioia Tauro, decisa dal sodalizio a seguito dei duri e ripetuti colpi inferti dalle Forze dell’Ordine in Calabria.
Da questo punto di vista la regione Liguria, per la sua posizione strategica, con il gran numero di porti e carichi di merci in transito, si presta perfettamente ai progetti criminali del sodalizio.

Per tale motivo il porto di Genova, per le sue caratteristiche strutturali, si è progressivamente trasformato nel luogo in cui i traffici e gli affari illeciti, sia dei referenti della ‘ndrangheta che delle altre strutture criminali locali, si sviluppano e si moltiplicano, creando occasioni di illecito arricchimento in un territorio attanagliato, ancora, da una grave crisi economica e sociale.

In un tale contesto di continua circolazione del denaro si è registrato, sempre più frequentemente, anche il coinvolgimento di lavoratori portuali locali, fino a pochi anni fa vero e proprio argine del degrado.
Appartenenti a organizzazioni sindacali e lavorative molto forti e rappresentative, permeate da una coscienza non solo sindacale e ideologica ma anche civile, da sempre in grado di neutralizzare il diffondersi di comportamenti di malaffare, hanno, infatti, scelto di porsi al servizio della ‘ndrangheta, dando vita ad una preoccupante inversione di tendenza. Si tratta di un’amara constatazione e, al contempo, espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società.

Questo fenomeno criminale, in forte espansione, non si esaurisce nel settore del traffico e dell’importazione degli stupefacenti.
Anche in Liguria l’organizzazione calabrese ha adottato la medesima e collaudata strategia volta ad acquisire il controllo di attività produttive, a condizionare la libertà delle scelte della pubblica amministrazione nell’affidamento della costruzione di opere o nelle forniture di beni e servizi e a piegarla all’individuazione di contraenti riconducibili direttamente a gruppi criminali o costretti o indotti ad avvalersi, successivamente, nella fase della esecuzione degli appalti, di imprese controllate o di fatto in mano a soggetti appartenenti o riconducibili a gruppi criminali.

Una realtà, quella descritta, emersa anche da recenti indagini svolte nell’ambito dei reati contro la Pubblica Amministrazione, sia nel settore della gestione e smaltimento dei rifiuti, che in quello della costruzione delle grandi opere infrastrutturali di interesse strategico nazionale quali il terzo valico da parte del COCIV.

Una situazione pesante, determinata anche dalla nostra indifferenza: “In questo momento io credo che, a fianco di quelle operazioni di negazionismo per così dire puro, si stia affiancando un fenomeno che, per certi versi è ancora più grave, quello della totale indifferenza”.
A fare luce su questo dato è Michele Di Lecce,  magistrato ed ex Procuratore Capo di Genova, che precisa di essere molto preoccupato per questa “mancanza di controllo sociale, del cittadino,  su fenomeni che ormai non sono più di penetrazione, perché non c’è più nulla da infiltrare, ma sono di consolidamento e di espansione”.

Ascoltiamolo in questa intervista che mette a nudo i meccanismi per cui negare è un po’ come farsi complici…

Simona Tarzia

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