Il senso della bellezza, arte e scienza al CERN

 In Cultura

Ieri un amico mi ha dato la possibilità di ritrovare una speranza. E questa speranza si chiama tecnologia.

Lo so, ora molti di voi parlando di ricerca e di sviluppo tecnologico si sentiranno come Sarah Connor inseguita da Terminator, oppure immagineranno un futuro apocalittico stile “The day after”, che ci lasci in eredità un deserto alla “Mad Max”.
È comprensibile ma è necessario andare oltre la divisione tra TECNOFILI e TECNOFOBI.
La tecnologia ci spaventa perché ci sostituisce, ma è anche vero che non potrà mai renderci obsoleti, poiché solo la mente umana possiede l’astrattezza del pensiero metafisico.
La tecnologia ci sottrae spazi di azione, è vero, ma ci permette di andare oltre i limiti. Un po’ ci rende schiavi (pensiamo agli smartphone senza cadere, per favore, negli eccessi Kinghiani di “The Cell”), ma nel contempo impone importanti cambiamenti nei nostri standard di vita e alla società.
Temiamo la tecnologia perché è complessa, difficilmente comprensibile e quindi potenzialmente pericolosa.

Resistete alla tentazione di immaginare i molteplici esperimenti governativi andati male in libri tipo “L’ombra dello scorpione” o film come “28 giorni dopo” e concentriamoci su termini rassicuranti quali Iot, Big Data, Robotica, Cloud, Social, che hanno ormai avviato la rivoluzione che sta cambiando il mondo.
Una rivoluzione che parte dal mondo del lavoro, sempre più automatizzato, e che arriverà a superare le nostre logiche economiche e energetiche obsolete.

La divisione tra Tecnofili e Tecnofobi sta tutta nei due scenari in cui ci immaginiamo il futuro:
1) L’uomo userà la tecnologia per cambiare in meglio se stesso e il mondo, e questo ci renderà più liberi e felici.
2) L’uomo userà la tecnologia in modo egoistico e pericoloso e questo ci renderà, nel migliore dei casi, estinti.

Io, come sostenevo all’inizio, sono speranzoso e propendo per il primo scenario, perché un amico, Enrico Robutti, fisico dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e ricercatore presso il CERN, mi ha permesso di capire quanto sia universalmente bella la fisica invitandomi alla proiezione del film di Valerio Jalongo, “Il senso della bellezza”.
In questa pellicola si va oltre la narrazione standard di ciò che sono la scienza, la fisica, la ricerca.
Si racconta ciò che avviene nella ‘Caverna’, ovvero nel cuore del CERN – l’Organizzazione Europea della Ricerca Nucleare – il più grande e importante laboratorio di fisica delle particelle, nato dalle ceneri di un mondo distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale, capace di dare un ruolo unificante, salvifico e condiviso alla scienza, riuscendo ad andare oltre le divisioni e le differenze.

Qui, migliaia di scienziati da tutto il mondo, studiano i misteri dell’universo cercando con dedizione e passione di rispondere alle tre ataviche domande: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Ho scoperto che al CERN si trova una comunità che vive per la conoscenza e che lavora per disvelare quanto più possibile di quel 96% di realtà che ancora non conosciamo.
Meccanica Quantistica, Supersimmetria, Materia Oscura, terminologie arcane e alchemiche per la stragrande maggioranza di noi, diventano note di una musica meravigliosa, parole di poemi fantastici, colori e forme delle opere più grandiose che l’uomo abbia mai creato.
Perché è questo l’Universo, quel ‘Black velvet’ che ci avvolge con il suo mistero.
È la bellezza matematica che non si può definire ma soltanto intuire, quando la sfiori per un attimo.
La stessa bellezza che è insita dentro di noi, quella bellezza che da un lato cerca simmetrie, che vuole l’ordine nel caos, ma che sa benissimo andare oltre, infrangendo tali simmetrie.

“Oltre la bellezza c’è la verità e il nostro unico metro di giudizio è il dubbio. Noi scienziati siamo i Ministri del Dubbio”.

Noi piccoli esseri umani che ci affanniamo per cercare un senso nel caos, dobbiamo imparare molto dalla ricerca scientifica, dobbiamo superare la tentazione di guardarci indietro, vincendo la paura per poterci avviare sempre più avanti.
Questo mi ha insegnato lo straordinario entusiasmo degli scienziati.

Perché in quell’anello lungo 27 km costruito nel sottosuolo di Meyrin, alla periferia di Ginevra, in quella ‘Caverna’, non troppo dissimile da quella di Platone, si costruisce il nostro futuro.
E la prossima volta che farete una ricerca sul potenziale distruttore della tecnologia e sull’imminente e apocalittica fine che faremo, usando internet, sappiate che è nato proprio qua…

Marco Marsano

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