“Una volta il calcio era più genuino, oggi con tutti questi miliardi…”

 In Costume & Società

Luogo comune: citare la partita a scopone con Bearzot, Pertini, Causio e Zoff, sull’aereo di ritorno dai mondiali di Spagna.
Declamare a memoria la formazione della nazionale del ’70 e il 4-3 di Italia – Germania.

Non esiste un mondo che tanto come quello del calcio è capace di addensare su di sé, come un pianeta malato infestato da gas tossici e velenosissimi, un coacervo di così tanti luoghi comuni. Tanti che anche le frasi che provano a rompere l’annichilente retorica che infesta la narrazione del calcio, diventano luoghi comuni esse stesse. È così che anche il luogo comune che analizziamo questa volta partendo da una blanda critica al calcio contemporaneo (ma la frase la potevi sentire già negli anni ’70) è diventato il luogo comune principale di una vasta famiglia che adesso passeremo in rassegna.
Scriviamo a qualche giorno dalla clamorosa esclusione dell’Italia dai Mondiali, evento accolto nel tirannico tempo “eterno presente” della cultura italiana come la catastrofe epocale del nostro paese. In realtà, eventi del genere si sono verificati puntualmente durante gli anni negli alti e bassi tipici degli eventi sportivi e ogni volta la tragedia, lo scandalo nazionale e la vergogna come demoni di un film horror sono stati evocati presentandosi puntualmente.
Un nome: Pak Doo Ik, nordcoreano, professione dentista. È un giocatore di calcio dilettante della sua nazionale che il 19 luglio del 1966 scende in campo contro la titolatissima Italia di Rivera e Mazzola fatta di giocatori professionisti e strapagati. Morale, il dentista ruba una palla a centrocampo e si invola trafiggendo Albertosi e rispedendo l’Italia a casa. In Corea festeggiano ancora adesso.

1970
 Sono i mondiali della partita “più bella del secolo”la famosa Italia – Germania 4-3. Ce ne sarebbe per stare tranquilli per un altro secolo, invece, l’Italia si divide, si indigna litiga per almeno due anni di fila sulla “staffetta” ovvero sulla scelta del Ct Valcareggi di far giocare un tempo per uno a Rivera e Mazzola. Dulcis in fundo, le polemiche toccano l’apice quando nella finale con il Brasile a punteggio già ampiamente compromesso a favore del Brasile, fa entrare in campo per soli 6 minuti Gianni Rivera. In certi bar di provincia se ne parla ancora adesso.

1974
Campionati del mondo in Germania. L’Italia superfavorita ai mondiali è in un girone con Haiti, Polonia e Argentina. Sono gli azzurri arrivati secondi al mondiale del ’70 con gli innesti di Giorgione Chinaglia, Pietruzzo Anastasi e Fabio Capello. La prima partita è con gli haitiani che vanno sorprendentemente in vantaggio con lo sconosciuto Sanon e vanno sull’1-0. Nel secondo tempo gli azzurri ribaltano il risultato, ma l’onta di una partita giocata alla pari con una nazionale senza alcuna tradizione calcistica sarà tale far insorgere il paese. L’Italia sarà esclusa anche in questo caso dopo aver pareggiato con l’Argentina e perso con la Polonia.

Insomma, “catastrofi” nel calcio ce ne sono sempre state e la nazionale più volte non si è qualificata per accedere ai campionati europei.
Se andiamo a vedere, poi, come i giocatori si allenavano e si preparavano rispetto a oggi, anche in questo caso, ci sarebbe da dire. Carlo Petrini, giocatore di calcio tra i ’60 e i ’70, scrisse un libro “Nel fango del dio pallone” dove raccontava come all’epoca il doping fosse diffuso e come molto spesso le “combine” tra società decidevano i risultati delle partite in anticipo. Non proprio degli angioletti, insomma.
Per finire, sfatiamo l’analisi sociologica che i successo nel calcio corrisponda alla qualità di vita e benessere del paese: due dei quattro campionati del mondo vinti dall’Italia sono stati conquistati nel periodo fascista, Il Brasile che di campionati ne ha vinti 5, ha sempre avuto una drammatica situazione sociale con ampie sacche di povertà nel paese, l’Argentina nel 1978 vinse i Mondiali mentre la dittatura agiva ferocemente contro la popolazione. Non tutto è oro quello che luccica, anche la coppa del Mondo. Resta l’amara considerazione che il ritratto che ne fece Paolo Villaggio dell’italiano medio davanti alla tv, più che una bonaria didascalia fosse la feroce descrizione della nostra eterna involuzione, la necessità poco adulta di evitare i problemi e di immergerci nel liquido amniotico di una dimensione parallela consolatoria e dolciastra dove anestetizzare la vita.

Giovanni Giaccone

 

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