DIZIONARIO (AGGIORNATO) DEI LUOGHI COMUNI. DECORO

 In Costume & Società

Decoro /de’kɔro/ s. m. [dal lat. decorum, uso sost. dell’agg. dĕcorus “bello, elegante”]. – 1. a.[modo di vestirsi, di fare, ecc., conveniente alla condizione sociale di una persona:comportarsi con d.] ≈ compostezza, contegno, decenza, dignità, discrezione, educazione, finezza, garbo, pudore, ritegno. ↔ impudicizia, indecenza, indegnità, maleducazione, sciatteria, sgarbo, trasandatezza, trascuratezza. b. (estens.) [importanza che viene attribuita a una cosa a seguito del significato culturale, spirituale, ecc., che le si annette: il d. della linguadell’arte] ≈ dignità, prestigio, rispettabilità, valore. 2. [consapevolezza del proprio valore e di quanto si addice alla propria persona: non avere d.] ≈ contegno, decenza, dignità. 3. (fig.) [persona o cosa che costituisce motivo di soddisfazione: essere il d. della città] ≈ lustro, onore, orgoglio, vanto. ↑ fiore all’occhiello. ↔ disonore, vergogna.

  1. c. “Ci vuole un certo decoro”; “una vita decorosa”, “ho lavorato tutto questo tempo per arrivare a una pensione decorosa”. “Mi merito un lavoro decoroso”.

Il primo aspetto che appare evidente di questa parola “neo luogo comune” è che pur riferendosi all’area semantica dell’immagine fa diretto riferimento a un significato/sostanza che molto spesso ha a che fare con il denaro. E’ una sua prima ambiguità la deriva da un decoro inteso come dignità:   “un certo decoro” che sottolinea un outfit o un arredamento di qualità non eccelsa, ma all’altezza di un pubblico rispetto. L’elemento ancora più sottile di questa parola è che il “decoro” di una persona, il suo abbigliamento, la sua capacità di presentarsi ede essere considerato accettabile in una situazione pubblica abbia a che fare con un’intrinseca capacità della persona di esserne all’altezza. Nella nostra società il decoro è qualcosa che ha a che fare con un status riconosciuto implicitamente. “Una vita decorosa” è una frase che certifica un livello di qualità che si alza sempre di più e non esserne all’altezza significa, prima di tutto, il fallimento e il disvalore dell’individuo rispetto all’invisibile certificatore di benessere.

Un elemento macroscopico della “dittatura” di questa parola è il progressivo aumento della povertà nel tessuto sociale senza che nessuno se ne lamenti o quasi. Famiglie ridotte all’indigenza o quasi in fila alla Caritas per un pacco di pasta, ma nessuna manifestazione di protesta che possa disvelare pubblicamente il tabù “povertà” che coincide con la perdita di “decoro” (lavori poco gratificanti o di bassa rappresentanza sociale, basse retribuzioni, irraggiungibilità di status come vacanze estive o invernali, auto, abbigliamento etc.). Chi se ne lamenta e ne evidenzia una questione “politica” (tagli al welfare licenziamenti, etc) è rigettato come pedante o alla ricerca di alibi per giustificare il proprio fallimento. In qualche modo la figura di “Folagra”, il collega comunista emarginato da tutti, raccontata da Paolo Villaggio in “Fantozzi” rinchiude in sé molta di questa vulgata.

Negli anni ’80 Roberto d’Agostino coniò la definizione di “Edonismo reaganiano” per intendere una “legge della giungla” economica, in cui non c’è spazio per la solidarietà sociale e la competizione, per emergere economicamente e quindi socialmente, è senza esclusione di colpi al fine di raggiungere il proprio esclusivo benessere”. (cit. Wikipedia) Oggi si può dire, a ben vedere, che quel dinamismo sociale si è introiettato nella psicologia collettiva della società italiana come una forma di fantasma invisibile e tirannico, un giudice personale che emette la sentenza sul fallimento o meno della nostra vita, basandosi sui dati materiali delle nostre entrate economiche tradotte in “decoro”. In questa prospettiva, irrompe nel lessico amministrativo come un vero e proprio spauracchio psicopatologico collettivo: il “decoro urbano”. Non il “quieto vivere” troppo rilassato o la “vivibilità” troppo impegnativa dovendo rispettare molti standard, ma il “decoro urbano”, asettico, preciso, privo di un suo sostanziale sapore e riferimento. Assai lontani tempi della cattolica e democristiana “pubblica decenza” che si accaniva su gonne troppo corte (memorabile lo schiaffo a una ragazza con un decolletè troppo profondo inferto da un giovane Oscar Luigi Scalfaro il 20 luglio del 1950) e più tardi su bikini per strada e spiagge di nudisti, adesso il tabù non è più la nudità esposta di qualche giovane donna, ma proprio la povertà.

Panchine con antiestetiche maniglie per evitare il pisolino dei “clochard”, pattuglie di polizia municipale “anti-degrado” (pro decoro) specializzate nel far sloggiare dai marciapiedi le persone senza fissa dimora o gli immancabili immigrati che espongono la loro merce. Una spasmodica necessità di togliere di mezzo ciò che risulta “in-decoroso”, addirittura, è accaduto a Genova, ipotizzando un concorso per i “cantanti di strada” affiinchè quelli prescelti cantino con melodie, ovviamente, “decorose”.

Non c’è alcun dubbio che chiunque di noi ami vivere in una città pulita e “decorosa” e che si debba fare il possibile affinchè così sia, ma il termine sembra essersi avvitato proprio su una rigida declinazione “rappresentazionale” fine a sé stessa. Il “giudice interiore” che dicevamo prima, da personale, interiorizzato e accusatorio, diventa una forma di nevrosi collettiva, un esorcismo dove, come in un sacrificio tribale, dopo essere stato triturato da una società sempre più iniqua, un individuo “indecoroso” viene rimosso. Una pulsione a cui la politica ha agio a rispondere, non dovendo far altro che togliere di mezzo, dalla vista, poveri e miserabili, piuttosto che lavorare per far sì che non esistano poveri e miserabili.

La questione è liberatoria per tutti noi: non è colpa nostra se gli stipendi stanno perdendo il loro potere d’acquisto, se a cinquat’anni suonati cerchiamo collaborazioni part time, o se non siamo in grado di portare la ragazza o il ragazzo fuori a cena al cinema. Quei soldi ve li ha sottratti chi agisce sulla leva del “decoro” per evitare che una volta liberata la vostra psiche emergano domande più stringenti. Nessuno si deve vergognare se non riesce più ad arrivare alla fine del mese. Molto spesso, i soldi dello stipendio “decoroso” sono finiti in qualche speculazione fallimentare o nella più generale necessità di “rendere più competitive le nostre imprese che tradotto vuol dire “pagarvi di meno”. Restituiamo al “decoro” il suo posto in un lessico sobrio e serio.

Avere una vita decorosa significa essere virtuosi, rispettare il prossimo, possibilmente vivere del proprio lavoro, rispettare chi ci sta intorno più o meno fortunato che sia perché sia in un caso che nell’altro non è stato tutto demerito o merito suo. Siate decorosi, rilbellatevi al “decoro”.  

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