Dizionario (aggiornato) dei luoghi comuni. Degrado

 In Costume & Società

degrado s. m. [der. di degradare]. – Forma usata per degradazione, soprattutto nelle accezioni dei nn. 2 e 3: dambientalearchitettonicosocialeeconomicomonetario, ecc.; il progressivo ddel centro storico.
Luoghi comuni “stop al degrado”. Citare la frase “Un tempo si costruiva a misura d’uomo… Poi il degrado è cominciato con questi architetti moderni…”.
Chiudere qualunque frase con “Comunque il degrado è iniziato con gli immigrati, adesso non si può più uscire di casa”. Citare distrattamente la teoria delle finestre rotte e allontanarsi dal gruppo con un sorriso compiacente”. Per fermare il degrado ci vuole tolleranza zero”.

All’inizio è il degrado morale. L’esercito della salvezza che canta fuori dalle bettole e dai locali malfamati dove uomini e donne si concedono a atti contro la pubblica decenza intaccando la retta convivenza della società. Il degrado morale è condannato al pubblico ludibrio e viene rappresentato dalla puttana, colei che fa merce del proprio corpo. La società che condanna, in questo caso, è quella investita dall’accelerazione della prima rivoluzione industriale, ma al degrado urbano (quartieri e abitazioni costruite velocemente e senza particolare cura per ospitare la mano d’opera che arriva dalle campagne), al degrado sociale (condizioni lavorative pessime, lavoro minorile, malattie provocate da lavori particolarmente usuranti) la società vittoriana di allora (la rivoluzione industriale ha il suo epicentro in Inghilterra) preferisce puntare il dito sulla degradazione dell’anima che va redenta. La colpa, in sostanza, è dell’individuo incapace di affermarsi e di seguire la retta via nel nuovo assetto sociale. Oscar Wilde con “Il ritratto di Dorian Gray” scardina questa versione. L’immagine è ribaltata: l’impeccabile gentleman (che frequenta bordelli e bettole della suburbia) vede nel suo ritratto il degrado della sua anima.

Il poeta inglese, condannato per omosessualità, attaccava così la sua classe sociale puntando il dito verso l’ipocrisia dell’aristocrazia inglese che quei quartieri li aveva costruiti e sugli affitti dei bordelli, delle bettole nonché sul lavoro minorile lucrava con profitto. Lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick nel suo romanzo più famoso “Il cacciatore di androidi” in una San Francisco decadente, abbandonata dagli umani, individua il Kipple che definisce così: “sono tutti gli oggetti inutili, come una bustina di fiammiferi dopo aver usato l’ultimo fiammifero, o una fascetta gommata, o il giornale omeopatico del giorno prima. Quando non c’è nessuno in giro, il kipple si riproduce. Per esempio se vai a letto lasciando in giro il kipple, quando ti svegli ce n’è il doppio. E diventa sempre di più.

Negli anni ’80 si fa strada negli USA la teoria delle “finestre rotte”: “l’esistenza di una finestra rotta potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale”. La teoria è alla base dell’altrettanto famosa “pratica” di ordine pubblico individuata come “tolleranza zero”. Una serie di provvedimenti “energici” e repressivi applicati in molte città del mondo, tra cui la New York del sindaco Rudolph Giuliani. Il degrado urbanistico e sociale è molto spesso accompagnato all’idea del “ghetto” dove si ritrovano attratti dalle condizioni economiche “basse” degli affitti gli strati sociali di popolazione più in difficoltà. Molto spesso, queste aree diventano spazi accoglienti per la criminalità diffusa.

Come si combatte il degrado? Non è una domanda semplice. E forse si comincia non accontentandosi delle risposte semplici. Il degrado non è il barbone che chiede l’elemosina, la vecchietta con il suo sacco di indumenti, o la prostituta sul marciapiede. Il degrado parte dalle speculazioni, dalla corruzione e dall’illecito.

Giovanni Giaccone

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