Primo, riqualificare il patrimonio pubblico

 In Ambiente
Dario Di Santo, direttore della Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE)

Dario Di Santo, direttore della Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE)

Qual è il potenziale teorico di riduzione del fabbisogno energetico e delle emissioni in atmosfera che si potrebbe ottenere con l’efficientamento energetico del parco immobiliare pubblico? Perché la riqualificazione stenta a decollare nonostante gli obiettivi al 2020 imposti dalla normativa europea? Dario Di Santo, direttore della Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE), ci chiarisce le ragioni di questa situazione di stallo e propone alcune misure per superare il Patto di stabilità e dare nuovo impulso agli interventi di riqualificazione.

Le nuove direttive dell’Unione Europea sull’efficienza energetica affidano un ruolo di esempio agli edifici degli enti pubblici. Qual è la situazione del parco immobiliare pubblico in Italia relativamente a quantità, stato di conservazione, anno di costruzione?
Esiste una forte carenza di dati sul numero e sullo stato di conservazione degli edifici del settore pubblico, e di conseguenza sono incerte anche le caratteristiche energetiche. I dati disponibili sul patrimonio pubblico, uffici e scuole, forniti dal Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio (CRESME), indicano 13581 uffici e 51904 scuole per un totale di 96 milioni di mq. L’anno di costruzione, analizzato per le scuole, vede una percentuale di edifici ante anni ’80 pari al 70%. Questo dato preoccupa perché il costruito precedente alla legge 373 del 1976 segue criteri per nulla attenti agli aspetti energetici.

Quindi affermare che nel contesto italiano il nodo cruciale è l’inadeguatezza dell’approccio organizzativo è corretto?
Fino a qualche anno fa l’ostacolo era solo organizzativo, ad oggi è anche finanziario. Raggiungere il 3% di efficientamento annuo del patrimonio immobiliare pubblico come da direttiva europea 27/2012  è facile da scrivere, altra cosa è dare all’ente pubblico la possibilità di sostenerne la spesa. Fermo restando che l’incertezza dei dati impedisce di attuare politiche adeguate.

A che punto siamo?
Il punto è che in Italia si va per singole eccellenze. In generale, sul nuovo i traguardi sono raggiungibili da subito, il problema è il retrofit degli edifici esistenti.  Con tempi di ritorno degli investimenti troppo lunghi e in mancanza di dati sugli anni precedenti, nessun operatore si accolla il rischio. Così si è fatto di più per l’illuminazione pubblica che per gli edifici perché per importi di minore entità era più facile trovare delle Società di Servizi Energetici (ESCO) con il finanziamento tramite terzi.

Quali politiche sono necessarie, visto anche il freno agli investimenti costituito dal patto di stabilità?
Una serie di strumenti per stimolare il mercato in modo che le ESCO con il finanziamento tramite terzi si accollino l’onere in capo agli enti locali e permettano di superare il Patto di stabilità e la crisi. Parlo dell’Ecoprestito, a tasso zero, rimborsabile in 10 anni e sostenuto dagli istituti  bancari cui spetterebbe portare in detrazione la perdita derivante dal tasso zero erogato. O dei Fondi di Garanzia per rassicurare gli istituti bancari in questa  operazione. E poi campagne di misura dei consumi che prevedano per la P.A. il finanziamento al 100% delle spese di diagnosi, come avviene con il Conto Termico.

Quanto ne guadagnerebbe la bolletta energetica del Paese dalla riqualificazione del parco immobiliare pubblico?
Solo sui 96 milioni di mq censiti, il risparmio annuo sarebbe intorno ai 150 milioni di euro.

E il risparmio di TEP e CO2?
Sempre sul censito, possiamo calcolare all’incirca 200 mila TEP e 450 mila tonnellate di CO2 risparmiate.

Simona Tarzia

 

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