L’efficienza gioca in casa

 In Ambiente
Roberto Rizzo, giornalista scientifico

Roberto Rizzo, giornalista scientifico

Dario Di Santo, direttore FIRE

Dario Di Santo, direttore FIRE

L’efficienza energetica è una fonte alternativa poco nota e poco sfruttata, in particolare nel settore edilizio. In Italia i consumi energetici del comparto civile, residenziale e terziario, coprono da soli circa il 32% del totale nazionale e incidono del 27% sulle emissioni di gas climalteranti.
A frenare la riqualificazione sono soprattutto la mancanza di una chiara politica nazionale e un modello produttivo che lascia ampio spazio all’irregolarità del lavoro e alle infiltrazioni criminali.

Distanza tra obiettivi e strumenti
«L’efficienza non ha bisogno di incentivi elevati – sottolinea Dario Di Santo, direttore della Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia (FIRE) – ma di interventi certi da parte del legislatore. Utile, per esempio, stabilizzare fino al 2020 la detrazione del 55% sulle spese documentate per la riqualificazione energetica degli edifici. La percentuale potrebbe essere elevata al 60% e sganciata dai limiti temporali nel caso in cui la riqualificazione energetica fosse associata a quella sismica».
Il territorio è la nostra prima infrastruttura e la rigenerazione eco sostenibile degli edifici e di intere aree urbane può diventare il tramite per la messa in sicurezza del costruito nazionale, per l’emersione del lavoro nero e, in un periodo di crisi drammatica, per il rilancio dell’occupazione.
«Non è sufficiente guardare all’edificio se questo rimane slegato dal contesto sociale ed economico – precisa Roberto Rizzo, scrittore e giornalista scientifico esperto in tematiche energetiche – E’ necessario ripensare l’urbanismo nell’ottica del minor consumo, progettare i quartieri in modo differente.
Il prototipo di casa passiva “Canopea” che ha vinto il Solar Decathlon 2012 di Madrid, ad esempio, è un aggregato urbano di nanotowers, cioè piccoli grattacieli, dove convivono uffici, negozi e abitazioni che strizzano l’occhio alla mobilità sostenibile. L’ultimo piano è di condivisione: spazi comuni che ospitano la lavanderia e consentono di ridurre non solo i consumi energetici ma anche quelli di materie prime preziose come l’acqua».
Sarebbe importante che questi prototipi non restassero solo degli esemplari da ammirare.

La sfida concreta è il costruito
Se si vuole ripensare il modello abitativo il vero campo di intervento è il costruito. Gli edifici nuovi rappresentano infatti una quota inferiore all’1% del patrimonio complessivo, che è databile in larga parte al secondo Dopoguerra e poco attento agli aspetti energetici. In questo scenario edilizio viene da chiedersi quale sia la valenza della direttiva europea 31/2010 in tema di obiettivo Nearly Zero Emission sugli edifici nuovi.
«I risultati che questa normativa può produrre direttamente – spiega Dario Di Santo – sono pochi. Iniziative di questo genere hanno il pregio di creare imitazione e stimolare il rinnovamento del costruito esistente attraverso un’operazione mediatica: al tiggì passano i servizi sulle nuove abitazioni sostenibili e questo crea attenzione verso il problema e spinge ad efficientare il vecchio. Una sfilza di numeri sui risparmi possibili di un retrofit a emissioni zero non è accattivante come una bella immagine».
In Italia la riqualificazione del patrimonio esistente soffre anche per l’approccio miope e meramente conservativo riservato agli edifici di valore storico, sottovalutati da una legislazione che tende  ad essere più incisiva sulle nuove costruzioni. Occorrono modelli di recupero e utilizzo che non si fermino al semplice restauro ma che incrocino le esigenze dell’efficientamento alla fruibilità dei valori culturali.
Ricorda Roberto Rizzo che «oggi possediamo tecniche, strumenti e materiali innovativi che consentono di proteggere questi beni, come i moduli solari a basso impatto visivo simili alle tegole dei nostri centri storici, quello che manca sono le azioni di monitoraggio e le linee guida operative per il progettista che spesso si scontra con il parere negativo delle soprintendenze».

Formare  tecnici e famiglie
Per sostenere i progetti di riqualificazione è necessario formare gli operatori del settore: molte soluzioni tecnologiche sono poco note e quindi non vengono proposte al consumatore finale. In più le famiglie sono spesso ancorate a un’idea di confort che ha elevati costi ambientali e che deriva da una cattiva informazione. Il risparmio energetico è associato a una diminuzione del benessere perché non si comprende che l’efficienza non riduce i consumi, ma spinge l’innovazione tecnologica ad assicurare lo stesso livello di agi a costi inferiori. «Siamo culturalmente molto limitati – continua Roberto Rizzo – raramente abbiamo fatto attenzione ai temi energetici: è sufficiente che l’elettricista metta a norma la nostra caldaietta e ci sentiamo in regola con la coscienza. Tuttavia l’aumento dei costi delle bollette elettriche ha imposto una maggiore attenzione che si è tradotta  in un risparmio annuo di circa 500 euro a famiglia».
Insomma, i vincoli attuali ci spingono verso nuove soluzioni meno energivore e investire sul risparmio è una strategia vincente.

Simona Tarzia

 

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